Riina dal carcere rivela: «Ascoltavo le telefonate di Borsellino. Il detonatore? Stava nel citofono»

Cosa nostra teneva sotto controllo il telefono del giudice Paolo Borsellino o dei suoi familiari. È stato lo stesso Totò Riina, in una conversazione intercettata, a rivelarlo a un compagno di carcere. «Sapevamo che doveva andare là perché lui gli ha detto: “domani mamma vengo”, ha raccontato il boss, riferendo le parole dette dal magistrato alla madre. «Ma mannaggia – prosegue Riina parlando durante l’ora d’aria con il detenuto Alberto Lorusso – Ma vai a capire che razza di fortuna. Alle cinque mi sono andato a mettere lì». «Quello senza volerlo – spiega il capomafia corleonese – le ha telefonato». «Troppo bello: sapevo che ci doveva andare alle cinque. Piglia, corri e mettigli un altro sacco», continua Riina facendo intendere, secondo gli inquirenti, che dopo avere sentito la conversazione tra Borsellino e la madre, evidentemente intercettati dalla mafia, si affrettò a imbottire la 126 usata come autobomba con un altro sacco di esplosivo nell’attentato del 19 luglio 1992. «Minchia come mi è riuscito», aggiunge. A innescare l’esplosione che uccise Borsellino fu lo stesso magistrato, suonando al citofono in cui era stato piazzato un telecomando. La conversazione – il cui contenuto era noto, ma non il testo – è stata depositata al processo sulla “trattativa” tra Stato e mafia. Il boss detenuto racconta in una conversazione dell’agosto 2013 di avere cercato di uccidere Borsellino per anni. «Una vita ci ho combattuto – dice – una vita… Là a Marsala (il magistrato lavorava a Marsala ndr)». «Ma chi glielo dice a lui di andare a suonare?» si chiede Riina. «Ma lui perché non si fa dare le chiavi da sua madre e apre», aggiunge confermando che a innescare l’esplosione sarebbe stato il telecomando piazzato nel citofono dello stabile della madre del magistrato in via D’Amelio. «Minchia – racconta – lui va a suonare a sua madre dove gli abbiamo messo la bomba. Lui va a suonare e si spara la bomba lui stesso. E’ troppo forte questa». Secondo gli inquirenti Cosa nostra avrebbe predisposto una sorta di triangolazione: un primo telecomando avrebbe attivato la trasmittente, poi suonando al citofono il magistrato stesso avrebbe inviato alla ricevente, piazzata nell’autobomba, l’impulso che avrebbe innescato l’esplosione. La tecnica, per i magistrati, sarebbe analoga a quella usata per l’attentato al rapido 904 per cui Riina è stato recentemente rinviato a giudizio come mandante.