Riforme, un’altra settimana di passione. E Renzi spompato scrive ai senatori: siete il futuro dell’Italia

Al via un’altra settimana di passione per le tormentate riforme costituzionali. Nelle prossime ore riprenderà a Palazzo Madama l’esame del disegno di legge sulla riforma del Senato e del Titolo V mentre alla Camera è in arrivo il decreto Madia sulla riforma della Pubblica amministrazione. Dopo i consueti tweed del lunedì, Matteo Renzi si gioca il jolly delle lettera ai senatori per tentare di chiudere la partita aprendo a qualche modifica«C’è chi vuole bloccare tutto. E c’è chi vuole cambiare, iniziando da se stesso. Dalla vostra capacità di tenuta dipende molto del futuro dell’Italia. Siamo chiamati a una grande responsabilità: non la sprecheremo», si legge nell’appello accorato del premier. L’obiettivo polemico di Renzi, che teme di vedere sfumato con il voto segreto la sua marcia trionfale, si chiama Beppe Grillo, che non è l’unico ad alzare le barricate contro il pacchetto riformista di Palazzo Chigi «sbagliato» nel merito e nel metodo con il ricorso alla tagliola per far tacere le opposizioni. Definire la riforma costituzionale «una svolta autoritaria significa litigare con la realtà», scrive il premier nella lettera, «la modifica costituzionale di cui state discutendo supera il bicameralismo perfetto, semplifica il processo legislativo, riequilibra il rapporto Stato-Regioni, abolisce il Cnel, disegna uno Stato più efficace e semplice».
Ma la matassa è molto più complicata e il terreno zeppo di trappole tanto che il capo del governo ha incontrato a lungo la Boschi per fare il punto 
sull’iter dei lavori e sui contatti avuti con le opposizioni per ridurre il numero degli emendamenti. E mercoledì dovrebbe incontrare Silvio Berlusconi per trovare la quadra finale. Intervistata da Repubblica, Loredana De Petris va giù pesante: «Renzi non faccia il coatto, la maggioranza cominci a ritirare la tagliola. Non può chiedere solo a noi il passo indietro. Ci dia un segnale reale di disponibilità sulla riforma, e noi di Sel siamo pronti a ragionare». E alla domanda se il partito di Vendola stia alzando il tiro per spuntare la soglia del 4 per cento nell’Italicum risponde che è «una balla». Sono sei i punti sui quali cercheremo di migliorare il testo, dice a sua volta il senatore del Pd Massimo Mucchetti riferendosi al taglio dei senatori («meglio se si arriva a 315»), all’elezione da parte dei cittadini dei rappresentanti della Camera Alta, alle competenze del Senato, all’immunità («che va limitata solo all’esercizio delle funzioni parlamentari dei senatori se eletti»), all’allargamento della platea chiamata ad eleggere il capo dello Stato e, infine, al fiscal compact («occorre togliere l’obbligo del pareggio di bilancio»). Molto critici con la riforma anche Fratelli d’Italia (che al Senato non hanno rappresentanti). «Siamo di fronte a una riforma che cancella un pezzo dei diritti dei cittadini. L’idea che un altro pezzo di sovranità, di voto popolare viene sottratto è indigeribile – ha spiegato Gianni Alemanno – ed è indigeribile l’arroganza con cui il governo, forte del Patto del Nazareno, continua a procedere, non aprendo alle ragioni di chi è contro». Forza Italia, seppure divisa, continua a fare quadrato intorno al Cavaliere. «L’elettività di primo grado dei senatori? Lascerei l’Aula libera di decidere, noi restiamo fedeli al Patto del Nazareno e voteremo contro», avverte l’azzurro Paolo Romani.