Dopo Draghi anche Juncker boccia Renzi sulla flessibilità. E in Italia è di nuovo allarme-inflazione

Dopo la doccia fredda della Bce, su Renzi stamane è arrivata un altro scroscio freddino, quello del candidato presidente della Commissione Ue Juncker, che nel suo discorso di presentazione ai gruppi parlamentari si è mostrato molto prudente sulle richieste di flessibilità avanzate dal premier nella relazione di insediamento del semestre italiano di presidenza Ue. La prima audizione del presidente della Bce Mario Draghi al nuovo Parlamento europeo a Strasburgo, ieri, era stata già particolarmente pesante per il governo italiano: per Draghi la strada per portare l’Eurozona fuori dalla crisi non è la sola flessibilità, perché “è limitato pensare che sia l’unico modo per far ripartire la crescita”. Da qui l’ammonimento: bisogna fare “grande attenzione” a “non annacquare” il Patto di Stabilità e le norme di governance contenute nel 6-pack e nel 2-pack altrimenti si diventa “poco credibili”. Draghi era tornato così, per la seconda volta in una settimana, a toccare due dei punti sensibili del dibattito della zona euro: flessibilità e riforme, la prima cara all’Italia, le seconde alla Germania, che fu la prima a vedere di buon occhio l’idea lanciata lo scorso anno dal presidente della Ue Van Rompuy di vincolare i Paesi alle loro riforme dettate da Bruxelles, con precisi “obiettivi” di competitività da raggiungere. Il presidente Draghi, parlando agli eurodeputati della commissione economica guidata da Roberto Gualtieri (Pd), aveva parlato della necessità di proseguire con l’azione legislativa. Un esempio è “una governance comune sulle riforme strutturali”, utile perché i risultati delle riforme “non sono solo interesse dei singoli Paesi ma dell’Europa intera”. «Quindi bisogna aiutare la crescita, e va fatto seguendo la strada delle riforme, e non quella della flessibilità delle regole, che già contengono la flessibilità», aveva aggiunto il presidente della Bce.

Più o meno la linea che in mattinata Juncker ha dettato nel suo discorso in aula: la flessibilità già esiste. L’unica concessione all’Italia è arrivata con l’annuncio della nomina di un commissario dell’Immigrazione che possa dare un contributo all’emergenza che vede l’Italia in trincea nel Mediterraneo. La prima priorità economica di Jean Claude Juncker è rafforzare la competitività e stimolare gli investimenti, ma sulla flessibilità la linea è quella della Merkel: «Il Patto di stabilità non lo modificheremo perché la stabilità è stata promessa con l’introduzione della moneta unica e io non violerò questa promessa ma il vertice di giugno ha constatato che ci sono margini di flessibilità che devono essere utilizzati: lo abbiamo fatto nel passato e lo faremo anche di più nel futuro». Renzi si metta l’anima in pace e inizi a pensare alla maxi-manovra finanziaria per riequlibrare i conti.

Intanto arrivano altre pessime notizie per l’economia italiana: l’inflazione a giugno rallenta ancora, dando un chiaro segnale di quanto la ripresa sia flebile e tornando ad agitare lo spettro della deflazione sul Belpaese: la crescita annua dei prezzi si ferma allo 0,3% dallo 0,5% di maggio.

Renzi, dunque, rischia di restare isolato nella sua linea di “forzatura” dei parametri rigidi imposti dalla Ue, come fa notare Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia: «C’è qualcosa che non va tra Mario Draghi e Matteo Renzi. Spesso il nome del presidente della Banca Centrale Europea è stato utilizzato dal presidente del Consiglio in maniera strumentale, creando un certo fastidio. Ma non è soltanto questo. Renzi ha sbagliato in toto l’impostazione del semestre italiano di presidenza dell’Unione europea, puntando tutto sulla flessibilità, senza pensare alle riforme, da inserire in un quadro complessivo che riguardi l’intera eurozona e non i singoli paesi. Da questa impostazione di Matteo Renzi, Mario Draghi vuole distinguersi».