Nell’Eurozona c’è chi sale e chi scende. Fra Spagna e Italia solo la prima è in crescita

C’è chi sale, chi scende e chi è fermo al palo. Nell’Eurozona il prodotto interno lordo segnala il diverso andamento delle economie nazionali. Ebbene, mentre da noi, in Italia, come abbiamo già scritto, i dati della crescita sono vicini allo zero e il resto delle statistiche che misurano lo stato di salute del nostro Paese sono tutte di segno negativo, altrove c’è chi fino a poco tempo fa stava peggio ed ora, invece, vede illuminarsi l’orizzonte. E’ il caso della Spagna, da oltre un anno in netta ripresa. Secondo i dati diffusi dall’Istat, nella penisola Iberica il Pil è cresciuto dello 0,6% nel secondo trimestre di quest’anno, registrando un ulteriore miglioramento rispetto al +0,4% del primo trimestre. La Banca di Spagna la scorsa settimana aveva indicato un indice leggermente più basso. C’è da chiedersi come mai una nazione come la Spagna stia riuscendo a raggiungere risultati positivi laddove, in Italia, non si riesce a cavare un ragno dal buco. Eppure da quelle parti, oltre a subire i contraccolpi della crisi finanziaria mondiale e a fronteggiare le difficoltà sul debito dell’Eurozona, hanno dovuto fare i conti con il crollo verticale del settore immobiliare e il fallimento delle casse di risparmio. La verità è che, dopo aver mandato a casa il governo socialista di Josè Luis Zapatero, gli spagnoli hanno affidato il loro destino ai conservatori del Partito popolare di Mariano Rajoy, il quale non ha perso tempo inseguendo astruse filosofie riformiste senza né capo né coda, ma le riforme strutturali, quelle che servivano davvero per rimettere in marcia l’economia e restituire vigore ad un tessuto produttivo asfittico e ormai fuori mercato, le ha fatte in meno che non si dica.
Negli ultimi quattro anni (Rajoy è in carica dal 2011) la Spagna ha potuto contare su 105 miliardi di euro di investimenti diretti dall’estero. Una manna per le imprese, per le acquisizioni e i nuovi investimenti. Nello stesso periodo in Italia sono arrivati meno di 70 miliardi. La forbice tra i due Paesi si va, peraltro, allargando. Questo significa che chi gode di una certa liquidità, e vuole scommettere su un’attività produttiva, preferisce la Spagna all’Italia. Da noi la Fiat di Marchionne, per fare affari e rimettersi in sesto, ha varcato l’Oceano e si sta fondendo (o sciogliendosi, dipende dai punti di vista) nella Chrysler. In Spagna, Ford, Renault, Peugeot-Citroen, Nissan, che non sono proprio gli ultimi al mondo tra i grandi gruppi dell’auto, hanno deciso di potenziare gli impianti e incentivare la produzione. Tutto grazie ad un mix di condizioni più favorevoli: dai costi più contenuti alla tassazione, dalla flessibilità del mercato del lavoro ad una maggiore stabilità dell’ambiente economico. Il risultato è stato clamoroso. Nei primi mesi del 2013 (i dati sono dell’Oca, l’Organizzazione interazione dei costruttori) la Spagna ha prodotto 1 milione e 156 mila veicoli, il 5,5% in più rispetto all’anno precedente. E oggi è il secondo Paese produttore in Europa e l’undicesimo nel mondo. L’Italia, nello stesso periodo, ha prodotto in tutto 368 mila vetture, con un calo del 3,1 %. Più o meno quante se ne producevano nel 1958. Quanto alle regole del mercato del lavoro, in Spagna non esiste l’articolo 18 e l’impresa può sempre decidere di licenziare un lavoratore previo il pagamento di un indennizzo, anche nel caso in cui il giudice opti per il reintegro. Così sono stati dimezzati i costi del licenziamento, nella prima fase, e si sono offerte nuove opportunità di impiego, una volta riacceso il motore dello sviluppo.
Il catalogo della ripresa iberica poggia anche su altri fattori, come ad esempio la costante, progressiva crescita dell’export, in particolare in Cina, Brasile, Sudafrica. Persino nel settore immobiliare, il più colpito dalla crisi, si segnala una inversione di tendenza. Se uno come Bill Gates, cofondatore della Microsoft, decide di investire poco meno di 114 milioni di euro nel settore delle costruzioni, e sulla stessa scia si inserisce quanto di meglio ci sia tra i fondi di private equity di Miami e Burlington, vuol dire che la fiducia in quei mercati torna a salire con una certa velocità. Velocità che ha distinto anche i processi di privatizzazione in settori strategici, come la telefonia e il comparto aereo. La compagnia di bandiera Iberia è stata ceduta per intero ai privati e dal 2010 si è fusa con British Airways. Già dopo due anni il gruppo aveva raggiunto un fatturato di oltre 15 miliardi e un utile di oltre 900 milioni di euro. Che differenza con l’Italia! Qui la vicenda Alitalia è ancora appesa, parola di ministro, tra il baratro e la speranza.