Mussolini: «In Usa marijuana libera? Battaglia di retroguardia, le droghe pericolose sono le sintetiche»

Dagli Stati Uniti arriva un cambio di rotta sulle cosiddette droghe leggere. Capovolgendo una linea editoriale da sempre contraria (o almeno prudente) sulla loro liberalizzazione, l’autorevole New York Times sta lanciando una martellante campagna a favore della legalizzazione della marijuana, il cui consumo è stato autorizzato nei mesi scorsi da alcuni Stati, ma rimane un reato punibile col carcere a livello federale. Il Nyt sta raccogliendo opinioni e sviluppando approfondimenti sul tema. In un’ottica italiana e in principal modo legata al mondo giovanile – visto che siamo sempre pronti ad “importare“ dagli States mutamenti e tendenze –  ci piace confrontarci con il giudizio dell’onorevole Alessandra Mussolini, di Forza Italia, da sempre contraria a ogni forma di legalizzazione. Anzi, in qualità di ex presidente della Commissione Bicamerale per l’Infanzia e l’Adolescenza, ha spesso messo in guardia con grande realismo politico contro certa “leggerezza” con cui si affronta il dibattito tra droghe pesanti e droghe leggere.

Onorevole Mussolini, il Nyt a sostegno della sua tesi sostiene: «Non che non ci siano dubbi sui danni che possono venire dalla marijuana. Ma gli effetti tossici e la dipendenza per questo tipo di sostanza sono minimi, soprattutto se confrontati con alcol e tabacco». È d’accordo?

In un clima di ipocrisia generalizzata, le rispondo dicendo che la marijuana è un problema purtroppo oramai marginale. Mi spiego. Oggi i giovani, con la complicità anche della rete, trovano di tutto, nelle discoteche o altrove: droghe sintetiche, pasticche per “sballarsi”, che hanno la caratteristica di essere sintetizzate chimicamente e sono molto più dannose della marijuana. Ed è questo il mercato che rimane totalmente fuori controllo.

È scettica, dunque, su questo “tormentone» – marijuana libera – del  quotidiano americano?

Sono scettica perché la trovo una battaglia di retroguardia, “nostalgica”, che ogni tanto certa stampa, anche autorevole, agita. Ma trovo che non abbia senso: in un mondo in cui il consumo delle droghe è mutato, in cui i pericoli per la salute vengono da altre sostanze e soprattutto in un mondo dove i controlli sono totalmente inefficaci, mi dice che cosa c’entra liberalizzare la marijuana? La marijuana è solo una delle innumerevoli sostanze che si possono trovare in circolazione. Allora, paradossalmente, bisognerebbe legalizzarle tutte e poi controllare capillarmente il mercato legale contrastando quello illegale: il che, purtroppo, è fuori dalla realtà…

Ha senso la distinzione tra droghe pesanti e leggere?

No, è un equivoco. E non è neanche più vero che i ragazzi passino da quelle leggere a quelle pesanti. Anche qui bisogna capire che il “mercato” della droga è mutato totalmente e purtroppo i giovani aggrediscono subito quelle pesanti, quelle sintetiche, che sono devastanti. Il che rende superata la distinzione di cui mi chiedeva. Oggi molti ragazzi muoiono d’altro, non di marijuana.

Come interverrebbe allora su questa piaga sociale?

Qui non si tratta di fare battaglie e innalzare steccati tra proibizionisti e antiproibizionisti. Bisogna partire dalla triste realtà: la droga è già liberalizzata perché purtroppo nei fatti è così, con un mercato – non mi stanco di ripeterlo – incontrollabile e azioni di contrasto inefficaci. Bisogna trovare un’altra via: controlli a tappeto, informazione e prevenzione; su questo circolo virtuoso è possibile incidere e non su battaglie che durano lo spazio di qualche edizioni a stampa.

Rimane il problema della vulnerabilità dei giovani e dell’abbassamento della percezione del rischio: il Nyt sostiene che il 54% degli americani è favorevole alla liberalizzazione della marijuana. Vuol dire che qualcosa sta cambiando nei confronti della “cultura dello sballo”?

Nulla sarebbe cambiato se ci fosse stata un’adeguata informazione. Le persone devono essere informate per acquisire consapevolezza. Il fatto è che i giovani oggi sono tentati dalla curiosità, dal gioco, dal provare tutto. E in un mondo globalizzato essere influenzati è facile. Che dovremmo fare, spegnere i compiuter, filtrare Internet?

Le istituzioni come possono venire in aiuto?

Promuovendo nelle scuole incontri tenuti da ragazzi che vivono in comunità e sono portatori di esperienze dirette dolorose: solo così si possono ottenere l’attenzione e l’ascolto dei ragazzi. Quando parla un adulto, un medico, un professore, non è la stessa cosa, non ti ascolterebbero mai…