Matrimonio, unioni e diritti gay: le polemiche nascono da un errore di fondo che ingessa il dibattito

Nella discussione sul “diritto al matrimonio tra persone dello stesso sesso”, prima ancora che dal punto di vista costituzionale e cattolico, c’è un bias di partenza, ovvero un errore sistematico nell’informazione (o comunicazione) che può portare, conseguentemente, ad un giudizio critico errato. Si tende cioè ad associare la parola “diritto” al concetto di “matrimonio omosessuale”, cosa del tutto impropria.

Dal punto di vista costituzionale (sì, la “costituzione più bella del mondo”, quella incontestabile e immutabile secondo la larga parte di chi, contemporaneamente, sostiene il matrimonio omosessuale) il principio del matrimonio è quello attribuito alla “società naturale”, basata sull’unione di uomo e donna, così come sancito nell’articolo 29, laddove per “coniugi” si intendono, un marito e una moglie. E, con buona pace di alcuni sindaci che tendono a strumentalizzare i sentimenti che legano persone dello stesso sesso per meri tornaconti elettorali, risulta illegittima anche la trascrizione di matrimoni omosessuali celebrati fuori dall’Italia.

Dal punto di vista cattolico il matrimonio è una unione morale, fisica e legale di una donna ed un uomo finalizzato alla vita comune e della procreazione, ovvero alla famiglia.

Fatte queste dovute premesse resterebbe da esaminare la questione dal punto di vista del “diritto soggettivo”. Poiché, però, la questione attiene alle fondamenta del nucleo fondante della società, la famiglia appunto, la palla torna in capo al legislatore. Tutta questa premessa per dire, fondamentalmente, che, come al solito, nella semplificazione mediatica, si genera una confusione che non fa bene neppure alle parti in causa. Resta il fatto che le unioni omosessuali, ancorché non equiparabili al matrimonio, vanno certamente riconosciute a norma di legge. Sia per sancire formalmente e sostanzialmente un rapporto basato sull’amore, sia per conferire diritti sui beni materiali della coppia. Dunque sarebbe meglio parlare di “diritto al riconoscimento dell’unione omosessuale”, che non forma una famiglia, non può adottare né educare bambini, ma che va assolutamente regolamentata.

È su questo che va impostato il dibattito nella società e nel parlamento. Ed è in questo modo che possono essere superati paletti, distinguo e polemiche che non fanno bene a nessuno: né agli oscurantisti (sempre meno, fortunatamente), che arrivano addirittura a negare l’esistenza dell’amore omosessuale, né a chi, spingendosi troppo oltre per la propria causa, abbraccia l’eccesso opposto di voler arrivare al matrimonio ed alle adozioni omosessuali (sulle cui implicazioni pedagogiche bisognerebbe aprire un capitolo a sé).

Come sempre occorrono moderazione e lungimiranza, per evitare di continuare a ignorare colpevolmente questa situazione e favorire una piena integrazione sociale e civile dall’altro.