Malaburocrazia: in dieci anni le code agli sportelli si sono allungate di quasi il 44 per cento

E’ l’incubo che ogni cittadino italiano vorrebbe evitare: la coda agli sportelli pubblici. Purtroppo, nonostante l’impegno profuso dagli uffici e le promesse annunciate in questi ultimi anni dalla politica, i tempi di attesa, secondo la Cgia, si sono allungati. Negli ultimi dieci anni, infatti, il numero di persone che attendono più di 20 minuti agli sportelli dell’ufficio anagrafe è salito del 43,7%. Nel 2003 12,6 persone su 100 lamentavano tempi di attesa oltre i 20 minuti: 10 anni dopo, la coda all’anagrafe è arrivata a durare più di 20 minuti per 18,1 persone su 100. Tale tendenza, sottolinea la Cgia, è riscontrabile dalle varie Indagini multiscopo sulle famiglie realizzate dall’Istat. Per quanto concerne gli sportelli Asl, invece, l’incremento delle “vittime” dell’inefficienza della sanità pubblica è stato del 21,2%. Se nel 2003 41 persone su 100 avevano riscontrato un’attesa allo sportello superiore ai 20 minuti, 10 anni dopo la fila si è idealmente “allungata” di 8 persone. In altre parole, nel 2013 49,7 persone su 100 hanno denunciato di aver atteso più di 20 minuti di fronte agli sportelli dell’Asl.

A livello territoriale i tempi di attesa sono “drammatici” soprattutto nel Centro-Sud. Per quanto riguarda le Asl, ad esempio, nel 2013 il 70% dei calabresi ha denunciato di aver atteso oltre 20 minuti, mentre in Sicilia la percentuale è stata del 66,6 e nel Lazio del 62,5%. Riferito agli sportelli dell’anagrafe i Comuni meno virtuosi sono quelli del Lazio. Nel 2013 38,5 laziali su 100 hanno detto di aver atteso oltre 20 minuti. Seguono i toscani, con il 22,3% e al terzo i sardi, con il 20,1%. Negli ultimi 10 anni la variazione percentuale è più che raddoppiata (+112,4%). «Per i cittadini e le piccole imprese è ormai una Via Crucis. Nonostante la diffusione dell’informatizzazione abbia consentito di aumentare la produttività del sistema pubblico in molti uffici la fila agli sportelli – dice il segretario Cgia Giuseppe Bortolussi – è comunque salita. Non certo per colpa di chi ci lavora, ma in particolar modo per gli effetti di decreti, leggi e circolari scriteriate che, spesso in contraddizione tra loro, hanno aumentato la burocrazia, complicando la vita dei cittadini e, in molti casi, anche quella dei dipendenti pubblici». Se per i cittadini le cose in questi ultimi anni sono peggiorate, anche per le aziende il peso della burocrazia è in costante aumento. La Cgia ricorda che, dai dati della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il costo annuo che grava sulle Pmi (aziende con meno 250 addetti) sfiora i 31 miliardi di euro. Per ciascuna di queste piccole e medie imprese si stima che l’ aggravio economico sia pari a 7.000 euro annui. Se l’analisi si concentra solo sulle aziende di piccola dimensione (con meno di 50 addetti), i costi medi sono addirittura superiori di quelli appena enunciati. Infatti, secondo i risultati emersi dall’annuale indagine di Promo Pa Fondazione su un campione di 1.900 piccole imprese (con meno 50 addetti) sparse per l’Italia, il costo medio complessivo sostenuto da queste realtà imprenditoriali per espletare gli adempimenti amministrativi sfiora i 12.000 euro annui. Negli ultimi 7 anni il costo è aumentato di oltre 1.900 euro (+19%). Per districarsi tra timbri, certificati, formulari, bolli, moduli e pratiche varie, nel 2013 le piccole aziende hanno dedicato 30 giorni lavorativi. Rispetto al 2007 la crescita del tempo dedicato a sbrigare tutto questo carico burocratico è aumentato del 26,4%. «Si pensi – prosegue Bortolussi – che, secondo l’indagine annuale Promo Pa Fondazione, l’81% delle imprese con meno di 50 addetti è costretto a ricorrere a consulenti esterni per fronteggiare questo nemico invisibile: ovvero la cattiva burocrazia. Il 70% ad integrazione o a supporto del lavoro svolto dagli uffici amministrativi che operano all’interno dell’ azienda, mentre l’altro 11% si affida a terzi per tutte le incombenze. E’ evidente che se non si mette definitivamente mano a quel labirinto inestricabile di leggi, decreti e circolari varie che rendono la vita impossibile a milioni di piccoli imprenditori – conclude – corriamo il pericolo di soffocare la parte più importante della nostra economia».