La Napoli delle “finestre rotte” affonda nell’indifferenza generale

Due autorevoli tweet di Bruno Vespa hanno portato all’attenzione nazionale lo sdegno per le condizioni in cui versa Roma per quel che riguarda i rifiuti in strada.

A Napoli questa situazione non fa più notizia, eppure di cumuli ce ne sono molti di più, e da più tempo, rispetto alla capitale. È la teoria della finestra rotta. Se in un determinato palazzo di un quartiere si rompe una finestra, e per un lasso di tempo nessuno si occupa di ripararla, a poco a poco gli abitanti si abituano a quella finestra rotta e non ci fanno più caso. In questo modo si innesca un lento meccanismo che porta a tollerare un progressivo ed irreversibile degrado. Fateci caso: quando veniamo a conoscenza di una notizia tragica o negativa, la prima reazione che abbiamo è di sconforto. Appena sappiamo che quel dato avvenimento è successo a Napoli, di contro, sopravviene una sorta di accettazione: “beh a Napoli è normale che accadano queste cose”, ci diciamo.

È un’etichetta che oramai la città si porta appresso da diversi anni. Non solo. È divenuta oramai termine di paragone per stigmatizzare disservizi che si verificano altrove: “queste cose non accadono neppure a Napoli”. La domanda è: fino a che punto quella che un tempo era definita la capitale del sud è vittima di un pregiudizio diffuso e fino a che punto, invece, è responsabile di questi convincimenti?

È difficile a dirsi. Un pregiudizio per radicarsi ha bisogno comunque di basi reali, che erroneamente talvolta vengono generalizzate, ma che esistono. Probabilmente la verità è che la città ha accettato lo scadimento da essa stessa determinato e di cui, poi, è divenuta da carnefice a vittima. Le colpe? Senza dubbio risiedono in una classe dirigente – perlopiù inadeguata e legata a criteri di assistenzialismo più che di meritocrazia – che ha badato al proprio tornaconto personale più che al bene della collettività. Napoli risente – a parte rari ed illuminati casi – della totale mancanza di un tessuto connettivo borghese (dagli imprenditori ai professionisti, dagli intellettuali agli aristocratici) che si sia messo in gioco per migliorare la propria città.

Spesso nei posti chiave a Napoli ci sono individui che, nella migliore delle ipotesi, sarebbero inadeguati a decidere anche quale gusto di gelato si abbina meglio alla stracciatella. Quelli bravi si dividono in due categorie: chi se l’è potuto permettere è andato via da un pezzo; chi è dovuto restare si è adeguato, giocoforza, alla finestra rotta. Che adesso è non più solo tollerata, ma difesa. Non ci credete? Qualche giorno fa un ragazzo napoletano ha visto una ragazza gettare delle cartacce in un’aiuola. Il suo senso civico gli ha imposto di riprendere la ragazza per quel gesto. Nel mentre è arrivato il fidanzato della ragazza che ha riempito di botte il primo, nell’indifferente rassegnazione dei più.

Spiace dirlo, ma De Magistris è l’epilogo di questa mentalità che nel tempo si è diffusa, e che in ogni modo occorre sradicare, per il bene ed il futuro della città. È  il risultato deteriore dell’unica cultura dominante a Napoli, il “masaniellismo” che tutto distrugge e nulla crea. La finestre rotte (o “cornicioni che cadono”, per attualizzare il concetto alla triste realtà cittadina) continueranno ad aumentare. Nell’indifferente (e finora maggioritaria e corresponsabile) logica del salti chi può.