La finale del Maracanà: perché tiferemo Argentina pur invidiando i tedeschi

Non possiamo non tifare per l’Argentina. Non possiamo non ammirare la Germania. Dicotomia vera, contraddizione apparente. Orfani dell’italica pedata, rispedita a casa da presunzioni varie, da una dimostrata incapacità atletico-tattica e da alcuni volenterosi ragazzi del Paese della Felicità (Costa Rica), noi italiani siamo alla prese in queste ore con un problema lieve, ma assai concreto. Anzi, due. Vedere o no la finale della Coppa del Mondo di calcio al Maracanà di Rio de Janeiro. E, soprattutto, per chi fare il tifo. Se Benedetto Croce risolse l’annosa questione religiosa con il famoso «non possiamo non dirci cattolici», noi assai più prosaicamente potremmo parafrasarne il concetto con un altrettanto perentorio «non possiamo non tifare Argentina». Radici, cognomi, gusti, usi, costumi: difficile trovare qualcosa che non ci leghi alla grandezza sconfinata della Pampa. Che non ci faccia sentire attratti da quelle terre, da quei suoni, da quei profumi, da quei sapori. Che non ci faccia guardare con naturale simpatia, ammirazione a questi cugini così lontani eppur così simili e, perciò, vicini. Anche se non ci sei mai stato, anche se non ti importa nulla né di Peron e neppure di Evita, anche se non hai mai assaggiato un’empanadas o sorseggiato il mate, non puoi che amarla l’Argentina. Ci sarà pure un motivo se ben il 50 per cento di quel popolo ha origini italiane! Altra cosa è la Germania, ovviamente. Ad onta della vicinanza, quasi un altro pianeta. Un modo di intendere la vita del tutto diverso e dissimile che ce la fa così antipatica, ma così antipatica che il voltarle le spalle ci viene, e ci è sempre venuto, facile facile. Naturale. Una antipatia antica, dalle chiare origini religiose, che oggi si nutre di nuovi e diversi fattori. A cominciare da quello di nome Angela Merkel. Volto e sostanza della supremazia economica e della leadership politica che i tedeschi esercitano nel nostro Continente. Supremazia che deriva dalla rigidità nell’osservare le regole e dalla meticolosa organizzazione del lavoro e della vita. Noi no. Noi non li amiamo, i tedeschi. Non li sopportiamo. Probabilmente perchè, in realtà, ci piacerebbe un sacco essere come loro. Ci piacerebbe essere precisi, determinati, rigorosi. Insomma, seri. Che se lo fossimo, anche solo a tempo determinato, altro che mondiali di calcio vinceremmo. Giocheremmo la partita della supremazia su scala planetaria. Invece siamo come siamo. Siamo italiani: genio e sregolatezza. E perciò, davanti alla tv, mentre grideremo forza Messi e forza Argentina penseremo a quanto è bravo Muller e organizzata la Germania.