La Camera vietata alle mamme-deputate: Boldrini batti un colpo

Niente mamme a Montecitorio. Alla Camera non c’è spazio per i loro figli neonati e così, se le deputate vogliono allattare, non hanno soluzione: devono restare a casa, soprattutto se non vivono a Roma. A metà maggio l’Ufficio di presidenza aveva annunciato che questi spazi sarebbero stati creati e che sarebbero stati disponibili per i primi di giugno. Ad oggi però continua a non esservene traccia e, mai come in questa vicenda, Montecitorio è lo specchio del Paese.

Eppure l’intervento, votato all’unanimità dal vertice della Camera, non era particolarmente impegnativo dal punto di vista strutturale, visto che non si trattava di creare ludoteche o asili nido, che invece erano stati esclusi esplicitamente. A rilanciare la denuncia delle mamme-deputate, oggi, è stata Repubblica, tra l’altro con un’intervista a Vanessa Camani, deputata 37enne del Pd, che di figli ne ha due: una di due anni e uno di tre mesi. Subentrata ad Alessandra Moretti, andata a Strasburgo, la Camani ha avuto la possibilità di andare alla Camera solo il 25 giugno, giorno dell’insediamento. Poi è stata costretta a scegliere: o il bambino o l’attività di parlamentare, «perché – ha spiegato – i bambini non possono entrare a Montecitorio e io ogni tre ore devo allattare Pietro». Alla Camani, dunque, non resta che una possibilità: entrare in servizio effettivo a settembre e interrompere prima del tempo l’allattamento del figlio. La neodeputata, impegnata in politica da quando aveva 19 anni, ha spiegato di provare «dispiacere» e dal ragionamento si capisce che pensa a sé e ai suoi figli, ma anche alla condizione delle mamme come lei, che a Montecitorio non sono mai state tante. «La verità – ha detto – è che per le donne i limiti familiari vengono ritenuti degli impedimenti all’attività politica».

La verità ancora più vera, però, è che per le donne i “limiti familiari” vengono ritenuti un impedimento per qualsiasi attività. Meglio ancora: lo diventano oggettivamente, prima di tutto per colpa di una profonda arretratezza culturale del Paese. Una situazione denunciata dallo stesso lessico della Camani, che parla della maternità come di un «limite». Ma avere figli non è un limite in Francia, Canada, Svezia tutti luoghi in cui, dalle istituzioni al privato, le madri trovano il supporto necessario a conciliare vita familiare e vita professionale. Emblematica la vicenda dell’allora eurodeputata italiana Licia Ronzulli, che a Strasburgo partecipava alle sedute in aula con la bimba nella fascia-marsupio. In Italia, invece, la maternità non solo resta non conciliabile con la vita professionale, ma spesso non è conciliabile con la vita stessa, intesa come tutte quelle attività in cui la mamma resta – o vorrebbe restare – anche donna. Del resto, questo è il primo, micidiale deficit culturale italiano: distinguere tra donne e mamme, come se le esigenze, le aspettative, i desideri delle seconde non fossero gli stessi o addirittura fossero in contrasto con quelli delle prime e viceversa. E proprio la presidente della Camera Laura Boldrini ha dato una formidabile dimostrazione di questa mentalità, quando si scagliò contro l’immagine della “mamma Barilla”, indicando come una mortificazione il fatto che si prendesse cura della sua famiglia. Non stupisce più di tanto, dunque, che a Montecitorio ci sia voluto un attimo perché i barbieri diventassero anche parrucchieri per signora, mentre ancora si attende che venga scovata una stanza – che non sia uno sgabuzzino – in cui mettere a disposizione delle mamme-deputate un divanetto e un fasciatoio.