Dietro l’addio di Conte alla Juve si nasconde la crisi profonda del calcio italiano

La figuraccia degli Azzurri di Prandelli in Brasile e l’addio di Conte alla Juve, sia pure per motivi diversi, sono lo specchio del malessere che attraversa il mondo del calcio di casa nostra. Un altro pezzo di “impresa”, nel senso aziendale del termine, che avverte il peso della crisi, che fa acqua da tutte le parti, che non conosce attivi di bilancio dal punto di vista contabile e declina inesorabilmente nelle classifiche europee, dove ben altro è lo spessore tecnico-finanziario su  cui poggiano club blasonati di Madrid, Barcellona, Parigi, Manchester, Monaco e chi ne ha più ne metta. Dove sbarcano da lussuosissimi jet emiri e principi con casse di petrodollari al seguito e scendono in campo affaristi banchieri in fregola di stampare il loro nome nel carnet della storia calcistica. Dove, tanto per capire come si può vincere un mondiale a distanza di dieci anni, come hanno fatto i tedeschi nel mitico Maracanà, non si perde tempo a discutere del sesso degli angeli dopo le sconfitte ma dalle sconfitte si riparte facendo tesoro di quel che non funziona. E si scandisce il tempo della rinascita rimboccandosi le maniche, lavorando sodo, ripulendo le incrostazioni, riorganizzando il settore, facendo appello a nuove energie, fisiche e morali, per poi convogliarle in una dimensione che assurge a sistema. Anche nel calcio-impresa contano l’innovazione, la tecnicità organizzativa, la genialità manageriale. Oltre, ovviamente, alle risorse finanziarie. E se queste ultime sono carenti oppure insufficienti per reggere alla concorrenza,  il divario che esiste lo si può colmare solo ad una condizione: se si investe, in questo come in ogni altro settore produttivo del Paese, nella ricerca (nel caso specifico, di talenti sportivi) e nella formazione (in questo caso calcistica) dei giovani. Il calcio non è solo passione; oggi è soprattutto industria. È finanza. L’addio di Conte, tanto per capirsi, ha fatto crollare in Borsa il titolo della squadra torinese. È capacità di costruire stadi moderni, multiservizi e multifunzionali.

Tolto lo Juventus Stadium, non si vede altro spuntare all’orizzonte. Di progetti sulla carta, in verità, ce ne sono molti, a Roma come a Napoli, Milano e Palermo, ma di cantieri aperti neppure l’ombra. Eppure, altrove funziona così. Gli stadi hanno rappresentato una risorsa aggiuntiva per i bilanci delle società. Per la stessa Juve di Agnelli e di Conte il nuovo stadio ha rappresentato il modello di una nuova storia calcistica, della rinascita dopo l’umiliazione della B e la brutta faccenda del calcioscommesse. È singolare che proprio quel che era servito a costruire un modello vincente, almeno in casa nostra, scricchioli e vacilli, nonostante l’ ambizione di un tecnico vincente come indubbiamente ha dimostrato di essere Antonio Conte e la spinta a cambiare il sistema proveniente dal giovane rampollo di casa Agnelli. Forse l’unica spiegazione che si può dare alla vicenda, al di fuori di quelle pure valide che attengono al carattere, al tratto psicologico e spigoloso, umanamente comprensibile dell’uomo-allenatore in cerca di nuovi stimoli e di nuove emozioni, come pure al naufragio della spedizione azzurra in Amazzonia, va cercata proprio in questo gap. In una distanza di cultura sportiva che va colmata,  di strumenti organizzativi e selettivi da costruire e curare nei minimi dettagli, di riforme coraggiose da realizzare e di competenze da sfruttare per una governance del settore che sappia coniugare esperienza ed efficienza, creatività e velocità di esecuzione. Sarebbe un primo passo, almeno, per tirar fuori dai vivai nostrani quei talenti che, a cercarli altrove, valgono cifre irraggiungibili.