Da Garlasco a Yara, fino ai casi di Perugia e Avetrana: quando la verità cambia verso all’improvviso

Garlasco, Perugia, Avetrana e Brembate. Le città della morte di giovani ragazze stroncate dalla furia omicida di fidanzati, amici, parenti o sconosciuti della porta accanto. I luoghi simbolo di misteri gialli che, proprio quando sembrano arrivati al punto di svolta della verità investigativa, tornano improvvisamente a intrecciare ipotesi e smentite, presunte verità e ragionevoli dubbi, rimescolando le carte sul tavolo di organi inquirenti e magistrati giudicanti. L’unica certezza dirimente sembra poter venire dall’accertamento scientifico, anche se non sempre il Dna ha rappresentato la prova regina: come dimostrato dal caso di via Poma, concluso con l’assoluzione definitiva in Cassazione dell’imputato Raniero Busco, e per motivi diversi, dal caso di Sarah Scazzi, che ha visto la condanna all’ergastolo per la cugina Sabrina Misseri e sua madre Cosima, in assenza però di prove scientifiche a supporto della sentenza. E non è tutto: all’estetista ventiseienne accusata dell’assassinio della quindicenne di Avetrana nelle ultime ore è stata negata dalla Cassazione la possibilità dei domiciliari.

Processi troppo spesso indiziari che, in presenza o in assenza della sicurezza investigativa data dall’accertamento scientifico, hanno scagionato o condannato – indifferentemente – senza escludere il ragionevole dubbio del sospetto dell’errore giudiziario. Un rischio che non si è voluto correre nel caso del delitto di Garlasco, rispetto al quale si è corso ai ripari in itinere nel momento in cui la Corte d’Assise d’Appello di Milano ha deciso di riaprire il caso, disponendo il rinnovo dibattimentale con l’integrazione di nuovi esami. Un supplemento d’indagine che, a sette anni dall’assassinio di Chiara Poggi, ha rivelato solo in queste ore una scoperta importante: i pedali delle due biciclette di Alberto Stasi – unico indagato per quel delitto – entrate da subito al centro della scena investigativa, sarebbero stati scambiati. E allora, come riportato dal Corriere della sera, l’avvocato della famiglia Poggi, Gian Luigi Tizzoni, ha depositato alla Corte d’Appello una memoria in cui ha spiegato che «i pedali montati sulla bicicletta bordeaux – che si chiamano Wellgo e sui quali c’erano tracce del Dna di Chiara – non erano gli originali, trovati invece sulla Luxury nera vista da una donna fuori della casa della vittima».

Colpi di scena: sono gli scoop dell’ultimo minuto a scandire le fasi della ricerca della verità. Quelli che, per esempio, hanno caratterizzato il caso del delitto di Perugia, con accertamenti approvati e poi smentiti. Condanne ribaltate e alibi cambiati in corso d’opera: è notizia di lunedì appena trascorso quella secondo cui Raffaele Sollecito avrebbe fornito una nuova versione dei fatti nella ricostruzione delle ultime ore prima dell’omicidio di Meredith. «La sera del delitto io ero a casa mia a Perugia. Niente altro è sicuro» ha annunciato a sorpresa Sollecito separando di fatto Amanda Knox dalla sua vicenda processuale. E allora la domanda è lecita: i suoi legali stanno tentando di riaprire il caso una seconda volta?

Acquisizioni e retromarcia, cambi di fronte investigativi e di strategie difensive: in questi anni di processi mediatici e indagini sotto riflettori. Tra indiscrezioni trapelate e intercettazioni pubblicate, ci siamo appassionati al “gioco dell’individua l’assassino e arriva alla soluzione del rebus omicidiario”, tanto da arrivare persino a lanciare la moda macabra del pellegrinaggio nei luoghi dell’orrori e della caccia giornalistica e spettacolare al killer di turno, morbosamente carismatico al punto da riuscire a scalzare dal centro dell’attenzione televisiva le vittime, a cui si continuano a preferire i carnefici. L’enigmatica Amanda attrae più della povera Meredith, e l’indecifrabile Alberto Stasi più della sfortunata Chiara Poggi. Unica eccezione, la piccola Yara. L’inchiesta sul suo brutale assassinio ha portato all’arresto di Massimo Giuseppe Bossetti: ed è stata ufficializzata proprio lunedì la scelta dei legali del muratore di non presentare istanza di scarcerazione per il loro assistito. Una decisione che gli avvocati hanno giustificato con la loro «strategia difensiva» in quanto «convinti» dell’innocenza dell’imputato, che cercheranno di «dimostrare in dibattimento», nonostante «un quadro probatorio che sembra portare la sua firma». E, ancora una volta, tra perizie e indizi, la verità sembra pronta ad assumere più facce…