«Così l’antifascismo ha aiutato Marine Le Pen». Il politologo Taguieff spiega il fallimento della gauche

Il successo di Marine Le Pen? Dipende anche dalla sinistra. Dalla sua incapacità di argomentare, di accettare il Front national come forza politica legittima, di capire che usa parole d’ordine che rispondono alle richieste politiche dei francesi. Dipende, insomma, anche da quella che noi chiameremmo demonizzazione e che il politologo francese Pierre-André Taguieff, uno dei maggiori d’Oltralpe, chiama «diabolizzazione» del Front national.

Nel suo ultimo libro, Du diable en politique. Réflexions sur l’anti-lepénisme ordinaire, Taguieff analizza le ragioni del successo della destra e della sconfitta della sinistra alla luce degli errori commessi da una gauche che, «inseparabile dai suoi occhiali ideologici e dai suoi dogmi, non ha compreso il fenomeno lepenista». «Dagli anni Novanta – ha spiegato il politologo in un’intervista a Libero – la diabolizzazione come strategia anti-Fn non ha mai funzionato, generando al contrario numerosi effetti perversi, tra i quali quello di far ruotare il dibattito politico attorno al Fn». Questo mentre il partito lepenista, invece, «si presentava come espressione del popolo, traduceva le sue inquietudini profonde (criminalizzate come “razziste”) e denunciava le élite, percepite come straniere dalle classi popolari». Così, mentre il Fn cresceva parlando ai francesi di nazione e identità, le «élite mondializzate che vivono nelle grandi metropoli, professano cosmopolitismo astratto e considerano le nazioni come ostacoli alla costruzione europea» si rifugiavano nell’«oppio» dell’«antilepenismo diabolizzatore» o, per dirla come si direbbe in Italia, dell’antifascismo. Un errore che la gauche tutt’oggi non solo non ha compreso, neanche di fronte ai risultati delle ultime elezioni, ma che continua a estendere anche a tutte le voci che non si allineano al metodo della demonizzazione. Ne sa qualcosa Taguieff, direttore di ricerca al Centre National de la Recherche Scientifique e docente al prestigioso Institut d’Etudes Politiques di Parigi, che insieme ad altri colleghi ha subito una sorta di scomunica e che a Libero ha parlato di «caccia alle streghe», di un «terrorismo intellettuale» più violento che nell’«epoca franco-stalinista del dopoguerra» e di «una macchina ideologica funzionante in un unico senso: impedire di comprendere il nemico designato, assimilandolo a una figura repulsiva del passato, interdire ogni discussione libera e informata, sostituire l’indignazione morale e la condanna diabolizzante alla critica argomentata e alla lotta politica».