Calcio, razzismo e ipocrisie: da Balotelli ex eroe a Tavecchio che sfotte i “mangiabanane”

«Le questioni di accoglienza sono una cosa, quelle del gioco un’altra. L’Inghilterra individua dei soggetti che entrano, se hanno  professionalità per farli giocare, noi invece diciamo che “Opti Poba” è venuto qua che prima mangiava le banane e adesso gioca titolare nella Lazio e va bene così». Carlo Tavecchio, presidente in pectore della Figc, si è presentato come peggio non poteva. La sua gaffe sugli extracomunitari è l’emblema della situazione che sta vivendo il governo del calcio italiano. Dopo il disastro del mondiale brasiliano e le dimissioni a catena di Prandelli da commissario tecnico e di Abete da presidente della Federcalcio, i poteri forti del mondo del pallone hanno puntato sul presidente uscente della Lega dilettanti. Tavecchio, 71 anni, sindaco democristiano di Ponte Lambro dal ’76 al ’95, non è propriamente il nuovo che avanza. Eppure tutte le squadre di serie A, tranne Juventus e Roma, hanno dato il loro via libera. Tavecchio andrà a gestire un’industria stimata tra i comparti produttivi più importanti del Paese. Le cifre parlano chiaro: secondo una recente ricerca dell’Università Cattaneo il calcio di serie A produce in Italia un valore prossimo ai due miliardi di euro l’anno, mentre l’indotto dell’intero movimento si stima superiore ai sei miliardi di euro. E poco importa che Tavecchio con la sua gaffe sugli extracomunitari – visto il personaggio probabilmente non sarà l’ultima – abbia mandato in malora anni di discorsi e di proclami pronunciati da Abete e Prandelli sull’Italia calcistica del terzo millennio. Viene da chiedersi se sia la stessa federazione che, fino a due mesi fa, puntava su tutto su Mario Balotelli come uomo immagine di una generazione di calciatori e di sportivi simbolo dell’Italia e dell’integrazione e che, oggi, applaude e vota convintamente un candidato che ironizza sugli extracomunitari che mangiano le banane. Poco importa che Tavecchio abbia chiesto scusa per la gaffe («Se qualcuno ha interpretato il mio intervento come offensivo, me ne scuso. Tra l’altro la mia vita è improntata all’impegno sociale, al rispetto delle persone, tutte, e al volontariato: in particolare in Africa»). Resta l’allarme per uno sport che rischia di essere non solo giocato, ma anche amministrato, con i piedi.