Bufera sulle “manipolazioni” fatte all’insaputa degli utenti, arrivano le scuse di Facebook

Un test lecito ma ”comunicato male”. Facebook, tramite il numero due dell’azienda Sheryl Sandberg, si “scusa” dopo le polemiche sollevate sull’esperimento ”emozionale” condotto manipolando il flusso di notizie in bacheca all’insaputa degli iscritti. Test effettuato sulla scia di uno studio più ampio che ha certificato il contagio delle emozioni sul social network e realizzato, fra gli altri, anche dal dottorando italiano Lorenzo Coviello, secondo il quale si è alzato ”un polverone esagerato”. Al centro delle polemiche e anche di un’inchiesta del Garante britannico per la privacy, c’è un test condotto dai “data scientist” dell’azienda di Mark Zuckerberg fra l’11 e il 18 gennaio 2012. In questo lasso di tempo a circa 700mila persone, ignare, è stato modificato l’algoritmo che determina cosa viene mostrato in bacheca. Adam Kramer, co-autore del test – i cui risultati sono stati pubblicati su Pnas – nei giorni scorsi ha spiegato che si è trattato di un esperimento che ha riguardato un’esigua percentuale di utenti. Lo stesso Kramer figura fra gli autori di un’altra ricerca, pubblicata a marzo su Plos One e rimbalzata sui media col titolo ”La felicità contagiosa su Facebook”. Ricerca guidata fra gli altri da Lorenzo Coviello, studente di dottorato presso il dipartimento di Electrical and Computer Engineering della University of California di San Diego e che dal 2012 collabora con il Data science team di Facebook. Il ricercatore italiano chiarisce alcuni aspetti dei due studi. La sua ricerca, spiega, è volta a studiare il contagio delle emozioni su Facebook tramite un ”esperimento naturale”, ”ovvero un metodo che non perturba l’ambiente che stiamo studiando”. A differenza del test di Kramer che ”ricorre invece a un vero e proprio esperimento” intervenendo ”sugli algoritmi che selezionano il contenuto che un utente visualizza”. Per Coviello una certa ”diffidenza” nei confronti di questo tipo di approccio è comprensibile per ”chi non è esperto del campo”, ma in generale ”il polverone che si è alzato è esagerato”. E, conclude, ”in questa era di connessione, l’individuo non può più essere inteso come singola entità, ma come parte di ciò che chiamiamo social network. Ed è in questa luce che va studiato”. Le polemiche comunque sono lungi dall’essere chiuse. Secondo le testimonianze di un ex data scientist di Facebook raccolte dal Wall Street Journal, fino a poco tempo fa il team in questione ha operato con ”pochi limiti” e anche con scarsa ”supervisione” considerando che si ha a che fare potenzialmente con movimenti, riflessioni ed emozioni di circa 1,3 miliardi di persone. Solo di recente Facebook avrebbe reso più severe le linee guida per le ricerche.