Vendola prova a resistere, ma ormai le sirene renziane hanno sedotto Sel

Povero Nichi Vendola. Lui che, proprio chiudendo la direzione di Sel della scorsa settimana, aveva chiesto al partito di essere attento e agile, capace di sfuggire come un’anguilla dalle mani di Renzi, quell’anguilla medesima, cioè il partito, se lo sta vedendo sottrarre tutt’intero proprio dall’intraprendente giovanotto fiorentino. Pessima giornata per il Vate di Terlizzi. Una di quelle giornate che ti fanno venire un insopportabile mal di testa. Soprattutto se sono gli amici più amici, o, meglio, i compagni più compagni ad abbandonarti. A dirti quel «ciao, vado via» che mai vorresti sentire. Proprio quelli con i quali hai dato vita al percorso. Quelli più fedeli. Perché appunto, la mala parata era cominciata con la nota del capogruppo a Montecitorio, Gennaro Migliore. Il quale, rompendo gli indugi annunciava al mondo, prendendo a pretesto il voto sul decreto Irpef, le sue irrevocabili dimissioni dal partito. Nota cui seguiva a ruota quella con la quale anche Claudio Fava, attuale vicepresidente della commissione Antimafia, decideva di togliere il disturbo. Insomma, una catastrofe. Con la speranza di Vendola di tenere unito ciò che unito non poteva più stare, miseramente naufragata sugli scogli aguzzi della realtà politica. Realtà con nome e cognome: Matteo Renzi. Contro le cui sirene, Nichi ha provato fino all’ultimo minuto utile a combattere: «Io non permetterò che questa comunità venga archiviata», ha prima tuonato. Convenendo poi che «c’è il pericolo che qualche esponente vada via, ma non che il partito si spacchi». E infine spiegando speranzoso come fosse « in corso un chiarimento tra di noi e spero che rimetta nel giusto sentire un partito come Sel che vuole discutere col Pd, ma che vuole essere di opposizione». Pia illusione. La decisione degli altri era già maturata. Perché nessuno di costoro aveva più voglia di «discutere» col Pd.  Questi rivoluzionari duri e puri volevano e vogliono fortissimamente entrare nel Pd. Partecipare al banchetto che il futuro partito della Nazione (che immagineranno certamente «proletaria») sta apparecchiando. Perché è proprio questo il dilemma in cui Sinistra Ecologia e Libertà, nata dalla spaccatura di quella che fu Rifondazione comunista, si dibatte da tempo. Ma soprattutto dal recente risultato elettorale del 25 maggio scorso. Ovvero, è conveniente proporsi come testimonianza gruppettara e piuttosto sterile, magari per consentire al leader di Terlizzi di contrattare una ricandidatura alla guida della regione Puglia, o non è forse meglio entrare di buon diritto a far parte dell’Empireo renziano e godere della sua luce riflessa e dei favori da essa derivanti? La risposta è nella appena iniziata diaspora.