Una batosta che purtoppo non servirà a nulla. Neppure a Mario, idolo mancato del pallone

Non servirà a nulla. Né sarà di insegnamento per alcuno. Men che meno per Balotelli Mario, nato a Palermo il 12 agosto del 1990, genio mancato dell’italica pedata. E neppure al caravanserraglio mediatico che s’è sbrodolato prima e imbufalito poi. Ancora qualche ora, qualche giorno al massimo, è tutto sarà derubricato. Digerito. La nazionale, il calcio, la sconfitta, la figuraccia, le liti, le dimissioni. Del mondiale in Brasile rimarranno probabilmente le splendide immagini di Copacabana e Ipanema. E forse anche quelle di Nejmar e di Messi, due campioni veri. Senza aggettivi. Due che meritano di vivere sugli scudi non foss’altro che per la gioia che producono con le loro giocate, coi loro guizzi, con le invenzioni che partono da quei piedi e illuminano sempre il rettangolo di gioco. Due che le botte le prendono senza fare tante storie, che sanno essere il prezzo del genio pallonaro rischiare una tibia o un crociato. Che si mettono a disposizione quando le cose non girano per il giusto verso. Insomma, che sono campioni e perciò umili. Tutto ciò che quel bell’imbusto di Mario Balotelli non ha mai capito nè è mai stato. Ma non per colpa sua. O, meglio, non solo. Che quando uno già a sedici anni cominci a bombardarlo di messaggi sbagliati, tipo «sei fortissimo» o «diventerai un fuoriclasse», quello, o ha i tratti del vero genio e rimane coi piedi per terra oppure, e questo pare il caso, va letteralmente fuori di testa. E non lo tiene più nessuno. Né la famiglia, che anzi lucra su quasta fortuna insperata, né la squadra o il tecnico che dopo averlo pagato a peso d’oro cercano di tenerlo buono per ricavarci un qualche utile, almeno sportivo. Pagine di giornali, copertine, telecamere sempre puntate addosso, social network, paparazzi  faranno il resto, consegnando al mondo non un campione, non uno che della disciplina, dell’abnegazione, del sacrificio, del duro lavoro ne ha fatto un’esistenza, uno stile di vita, ma una sorta di disadattato di quasi due metri, svogliato, pigro e pure rancoroso, tutto Ferrari e catene d’oro e discoteche. E  però assai contento di quel vago avvenire che gli hanno fatto balenare in mente. No, purtroppo la batosta non servirà a nulla. Né sarà di insegnamento. A nessuno. Né agli scalmanati che prima l’hanno incensato, emulato, applaudito, osannato e che adesso lo stanno letteralmente massacrando. Né al Barnum dell’informazione, responsabile principale di cotanto scempio. E neppure, ahimè, al giovane Mario. Nato a Palermo e residente a Concesio, Brescia. Idolo mancato del pallone.