Terzi: «Sui marò ancora paghiamo l’errore di Monti». Il “fiocco giallo” ai Mondiali? Ben venga ma non basta…

Nella videoconferenza di lunedì li abbiamo visti stanchi e spazientiti: e ne hanno più che ragione. I nostri due marò sono trattenuti in India da oltre due anni, con gli ultimi governi di centrosinistra che si sono avvicendati – da quello tecnico a Renzi, passando per Letta – a dir poco inerziali, con l’unica eccezione negativa della retromarcia del professor Monti, che li ha rispediti in India sulla scia di flebili rassicurazioni circa la pena capitale, poi anche smentite successivamente dalla autorità indiane. Una mossa a dir poco non condivisibile che ora – riporta il Giornale – dopo le dure polemiche politiche e diplomatiche, sia interne che internazionali, viene sanzionata anche da un esposto alla magistratura che l’ex generale Fernando Termentini ed altri sostenitori della causa dei due fucilieri presenteranno nei prossimi giorni. «L’aspetto più grave evidenziato nell’esposto dall’avvocato Luca Biagi – scrive il quotidiano – è che Latorre e Girone furono riconsegnati all’India, che a oggi attribuisce loro ipotesi di reato punibili anche con la pena capitale (…) in contraddizione con quanto prevede nello specifico la Costituzione italiana». Non solo: la decisione di Monti viene bollata in queste ore dallo stesso ex ministro Terzi, investito del caso proprio dal professore, come «incomprensibile e incredibile». Di più: rincarando la dose, ai microfoni di Radio Anch’io l’ex titolare del dicastero della Farnesina ha definito «molto preoccupante dal punto di vista costituzionale-legale aver ribaltato quel 21 marzo 2013 la decisione dell’intero governo di trattenere i marò in Italia». Una scelta che deve aver spiazzato gli stessi indiani che, come ha nuovamente ricordato Terzi in chiusura dell’intervista, «non si aspettavano assolutamente che noi glieli rimandassimo».

Dunque oggi si dovrebbe ripartire dalle ceneri di quegli errori. Intanto, mentre le iniziative governative stentano a decollare – «abbiamo obbedito a un ordine, abbiamo mantenuto la parola che ci era stata chiesta e oggi siamo ancora qui», ha ricordato nei giorni scorsi con fermezza e irritazione Salvatore Girone – i riflettori sul caso marò si riaccendono grazie al Cocer della Marina, che ha chiesto alla Figc di valutare la possibilità di far giocare gli azzurri ai prossimi Mondiali di calcio con il fiocco giallo sulle maglie della Nazionale. Una goccia nel mare che però può contribuire a risvegliare l’attenzione della comunità internazionale sui nostri due fucilieri di Marina, lontani dalle loro famiglie ormai da più di due anni. «Credo che sia giusto questo appello del Cocer della Marina, che personalmente condivido», ci ha detto il senatore azzurro Maurizio Gasparri, vicepresidente di Palazzo Madama. «Sarebbe un bel gesto – ha proseguito – sperando che non vengano fuori motivi di incompatibilità con gli obblighi della divisa sportiva. E andando oltre, quando nei prossimi giorni si discuterà del rinnovo delle missioni militari che impegnano l’Italia all’estero, penso sia indispensabile da parte nostra porre un aut aut: o la comunità internazionale ci sostiene nella causa dei marò, oppure noi queste missioni non possiamo più affrontarle».

«Da questo momento in poi ogni forma di pressione è importante, soprattutto nei confronti della comunità internazionale che finora – a causa dei governi che si sono fin qui succeduti che a parole hanno dichiarato tanto, e nei fatti non hanno realizzato nulla di concreto – è stata abbastanza sorda al problema», ci ha dichiarato Edmondo Cirielli (FdI-An), membro della commissione Difesa a Montecitorio. «È chiaro allora – aggiunge Cirielli – che va bene tutto ma, se il governo non mette contestualmente in atto misure serie per richiamare la comunità internazionale di fronte alle sue responsabilità, il caso non si risolverà mai. Non dobbiamo dimenticare, peraltro, che sul piano del diritto internazionale noi non abbiamo solo ragione, ma ragionissima, ma l’Onu, la Nato e l’Unione europea se ne fregano. E quel che sconcerta ulteriormente è che l’Italia ha degli strumenti di pressione: noi siamo tra i primi dieci contributori dell’Onu e il terzo Paese per numero di militari impegnati in missioni internazionali. Detto ciò, è notorio che siamo un Paese che crede nella risoluzione pacifica dei conflitti… Dunque, in assenza di segnali forti indirizzati alla comunità internazionale, ben venga almeno una sollecitazione sportiva rivolta all’opinione pubblica».