Strage di Motta Visconti, il marito confessa: «Voglio il massimo della pena». Si era innamorato di una collega

Ha negato disperatamente fino all’ultimo nel lungo interrogatorio notturno davanti ai carabinieri del Comando provinciale di Milano nella caserma di Abbiategrasso. Ha giurato che lui era con gli amici, a guardare la partita dell’Italia in un pub mentre qualcuno massacrava a coltellate la sua famiglia, la moglie Maria Cristina Omes e i due figlioletti, una bambina di 5 anni e un bimbo di appena 20 mesi, nella loro villetta di Motta Visconti, in Provincia di Milano. Persino i suoi amici, che i carabinieri hanno convocato, hanno confermato che era con loro a guardare l’Italia giocare in Brasile.
Ma, nella notte, qualcosa è cambiato, le contraddizioni sono via via affiorate. Fino a quando, lasciato solo a riflettere dai carabinieri, il 31enne Carlo Lissi, impiegato della multinazionale del software, Wolters Kluwer, non è crollato: «Voglio il massimo della pena», ha detto con la testa fra le mani ai militari. Poi ha raccontato come e perché. Ha raccontato di quella sua collega di cui si era invaghito. Un pensiero fisso, una passione non corrisposta e di cui la moglie non era a conoscenza. E’ stata la stessa collegata, convocata dai carabinieri, a confermarlo. Fatto sta che Carlo Lissi ha iniziato a percepire la famiglia come un ostacolo a quella relazione che sperava di intraprendere dopo che lui si era dichiarato con la collega. E’ questa convinzione che ha armato la mano del professionista lombardo. E che lo ha portato a sterminare tutta la famiglia, la moglie trentottenne e i due bambini.
Eccolo il racconto che l’uomo ha fatto del terribile delitto. Prima di uccidere la moglie, racconta ai carabinieri, Carlo Lissi ha avuto con lei «un momento d’intimità sul divano». Dopo l’amore nel salotto adiacente all’ingresso, dove stavano guardando insieme la televisione mentre i figli dormono, Giulia nella cameretta e Gabriele nel lettone matrimoniale, Lissi si alza in mutande, va in cucina il cui ingresso si trova alle spalle del divano, prende un coltello, raggiunge la donna seduta di spalle rispetto all’ingresso del salotto e comincia a colpirla. Lei urla, racconterà lui stesso durante la confessione, gli chiede perché, cerca di reagire e grida «aiuto» come testimonierà poi una vicina. «Carlo, Carlo perché mi fai questo?», urla la donna. Sono le sue ultime parole mentre lui la colpisce  ripetutamente con il coltello. Poi le sferra un pugno facendola finire a terra, semi prona, nell’androne dell’ingresso. Una volta a terra lui la colpisce ancora con altri 3 o 4 fendenti, all’ addome e alla schiena. Infine, la finisce con una coltellata di punta alla gola. Per la donna non c’è scampo. Il corpo di Maria Cristina Omes resterà lì quattro ore, dissanguandosi. Poi, ancora in mutande, l’assassino va in cucina, prende un coltello e la sgozza.
A qual punto l’uomo sale al piano di sopra, dove ci sono la camera matrimoniale e le due camerette dei bambini. Prima va in quella della figlia di 5 anni, le appoggia una mano sul collo e le affonda con l’altra, di punta, tutto il coltello nella gola. La piccola morirà senza nemmeno svegliarsi. Poi va nella camera grande, dove il fratellino abitualmente viene fatto addormentare per poi essere spostato in cameretta: anche a lui, di soli 20 mesi, l’uomo fa scendere la lama profondamente, di punta, nella gola, tenendo fermo il collo, mentre dorme profondamente. Quindi scende in cantina (è ancora in mutande, dopo il rapporto intimo con la moglie), si fa una doccia, risale, si veste. Sono oramai le 11 di sera quando l’impiegato esce di casa, come se nulla fosse, monta in macchina e si dirige verso il bar dove ha appuntamento con l’amico per vedere il match Italia Inghilterra. Prima però si ferma per qualche istante, poco centinaia di metri dopo, e si sbarazza dell’arma del delitto, un coltello, che getta in un tombino in via Mazzini a Motta. Lo farà ritrovare lui stesso più tardi lì ai carabinieri.  Poi va al pub Zimè di Motta Visconti, alle porte di Milano a vedere la partita con gli amici. Che hanno confermato: Carlo era lì durante la partita, hanno detto agli investigatori senza rendersi conto che quell’uomo che accanto a loro esultava per i gol di Marchisio e Balotelli aveva appena compiuto una strage, aveva sterminato la sua famiglia.
«Non tremava, non era nervoso, sorrideva e parlava di calcio, come tutti» dirà un vecchio conoscente, sentito più volte in caserma. «Ha anche esultato in occasione dei gol di Marchisio e Balotelli»,  hanno precisato gli inquirenti. Intorno a lui tutti i presenti, una trentina, lo conoscono. Il clima è festoso, con battute, urla, gli occhi incollati al maxischermo, rituali normali in occasione dei Mondiali. Ma l’uomo, dietro di sé, ha lasciato una scia di sangue, e mentre beve una birra e segue con trepidazione le azioni di gioco, a casa Cristina, Giulia e Gabriele giacciono morti da meno di mezz’ora.
Alle 2 Lissi torna a casa, e inscena il ritrovamento dei corpi e il panico per la strage della sua famiglia da parte di sanguinari rapinatori per svaligiare la cassaforte. Ma era tutta una bugia.
Sono le 2 di notte quando Carlo Lissi torna a casa, e inscena il ritrovamento dei corpi e il panico per la strage della sua famiglia da parte di sanguinari rapinatori per svaligiare la cassaforte. Ma è  tutta una bugia. I carabinieri lo sentono più volte. La posizione dell’uomo si va via via aggravando nel corso dell’interrogatorio fino ad arrivare al fermo da parte dei carabinieri provinciali di Milano. Poi è scattato l’arresto e l’uomo, dopo la formalizzazione delle accuse, poco prima dell’alba è stato trasferito nel carcere competente per territorio, ovvero quello di Pavia dai carabinieri di Abbiategrasso, con l’accusa, pesantissima, di triplice omicidio.
Pur in una pluralità di ipotesi, i carabinieri del Nucleo investigativo avevano cominciato a propendere per la pista familiare subito dopo le prime fasi di indagine. Diversi gli elementi che avevano insospettito i militari. Il fatto stesso che nella strage non fosse stato risparmiato nemmeno il più piccolo dei due bambini, di appena 20 mesi, rendeva meno credibile la pista esterna alla famiglia, ovvero quella di una sanguinosa rapina. Anche il mancato ritrovamento dell’arma del delitto nelle immediate vicinanze dei cadaveri rendeva difficile uno scenario di omicidio-suicidio. Tanto da farlo escludere pubblicamente dagli inquirenti già nel pomeriggio di ieri.
Dopo l’allarme da lui stesso lanciato poco dopo le 2 di notte, Lissi era stato sentito fino a ieri mattina e poi era stato fatto tornare a casa. Risentito più volte, e confrontate via via le sue dichiarazioni con quelle di amici e testimoni (convocati per tutta la giornata di ieri) e con i primi riscontri scientifici e medico-legali emersi dalla scena del delitto, gli investigatori dell’Arma hanno prima cominciato ad avere dubbi sulla sua versione e poi avrebbero avuto sentore di possibili gravi tensioni nella coppia. Stanotte, dopo uno stringente interrogatorio nella caserma della Compagnia di Abbiategrasso, nel Milanese, l’epilogo della vicenda, con le contestazioni formali.
La donna e i suoi due figli, una bambina di 5 anni e un bimbo di 20 mesi, sono stati brutalmente assassinati con numerose coltellate in casa, una villa nella zona residenziale di Motta Visconti. I corpi della femminuccia e del fratellino erano rispettivamente nella cameretta e sul letto matrimoniale. Quello della donna riverso a terra in soggiorno.
I militari hanno lungamente passato al setaccio anche i profili social dei due coniugi per analizzare se vi fossero frasi o altri elementi che potessero ricondurre a qualche screzio o a una crisi coniugale.
Scioccati e increduli i colleghi di Lissi: «Abbiamo ricevuto tassative disposizioni di non dire nulla, se aggiungo una sola parola mi licenziano», risponde l’impiegata al banco informazioni della Wolters Kluwer, la multinazionale olandese dove lavora Carlo Lissi e che ha la sede italiana in uno dei tanti edifici alla periferia di Assago, in viale Milanofiori, tra centri direzionali, grandi hotel e grandi centri commerciali. «E’ ovvio che siamo rimasti tutti senza parole e sbalorditi – aggiunge un collega in uscita per l’ora di pranzo – ma ci è stato esplicitamente chiesto di non parlare con nessuno di questa terribile storia».