Squinzi: «In Italia sistematico sabotaggio alla crescita». Ma la denuncia di Confindustria manca di credibilità

Per la serie viva la bella addormentata nel bosco, è il momento delle verità di Squinzi. Il capo degli industriali italiani, intervenendo all’assemblea di Federchimica, lancia il suo j’accuse contro il sistema paese. «Non esiste luogo al mondo che richieda sette anni per autorizzare un negozio, 15 anni per un supermercato, 11 per decidere di non autorizzare un rigassificatore, 170 giorni in media per incassare una fattura dalla pubblica amministrazione». Un elenco pressoché infinito, attacca ancora Squinzi, con «conferenze dei servizi, comitati contro gli investimenti, ipertutele ambientali assurde, rigidità sindacali fuori dal tempo  e una burocrazia che sembra compiacersi nel rallentare gli investimenti e distruggere i posti di lavoro».  Tutto vero, verissimo. Tutto drammaticamente italiano. Così come quando sempre il leader degli industriali, spingendosi ancora più in la, chiarisce che servirebbe finalmente «una vera politica industriale». Una politica che dia centralità alle imprese soprattutto per quei filoni sempre più cruciali nello sviluppo e nella competizione mondiale. Tutto così chiaro e condivisibile che si potrebbe pensare di essere davanti ad una trance importante di proposta politica alternativa agli esecutivi passati e presenti. E invece no. Non è così. E così non va. Perché, senza neppure rifletterci, si capisce benissimo che Confindustria non è un soggetto alieno, non è una associazione di liberi pensatori né una bocciofila e nemmeno un nuovo e scalpitante movimento politico. E’ l’associazione degli industriali, cioè parte importante, importantissima di quel sistema paese che il suo capo oggi denuncia. Parte dirigente che è stata parte diligente nel perorare e nell’assecondare sempre e comunque i governi, di qualsivoglia colore o spessore.  Così fa specie e pure dà un po’ fastidio il pulpito dal quale la predica si irradia. Perché manca di un presupposto. Manca di un fondamento. Manca, cioè di quella credibilità che solo una piena e onesta assunzione di responsabilità potrebbe dare. Squinzi fa bene a denunciare le magagne del nostro disgraziato paese. Fa bene a chiedere rinnovamento e cambio di passo. Fa bene, infine, a invocare capacità e merito. Ma, per essere davvero credibile,  anzitutto dovrebbe assumere sulle sue spalle, in quanto leader dell’associazione, la piena responsabilità per un passato – anche recentissimo, se solo si pensi al disastro di quel tale Mario Monti – fatto di applausi, di silenzi,  di connivenze. E perciò di oggettiva corresponsabilità con la classe politica e sindacale. Perché non è più tempo di infingimenti né di furberie. Perché, in questa nostra Italia, debito pubblico e burocrazia, corruzione e malcostume non si sono appalesati e poi moltiplicati per caso o per sbaglio. E senza che gli industriali se ne accorgessero.