Scontro fra Robledo e Bruti Liberati, oggi il Csm decide di non decidere

È la giornata delle indecisioni oggi al Csm. Al centro del tavolo, che Cossiga da presidente della Repubblica fece polemicamente dividere in due e che oggi, per quanto riunito, è più diviso che mai, c’è il faldone sullo scontro fra il capo della Procura di Milano, Edmondo Bruti Liberati e il suo aggiunto Alfredo Robledo. Un mucchio di carte che dovevano chiarire e che, invece, non hanno fatto altro che complicare le decisioni che il Consiglio Superiore della Magistratura dovrebbe prendere. Un Csm che non ha mai brillato per decisionismo ma che, stavolta, in questa palude di inimicizie e disistima che si è rivelata la Procura di Milano sta superando sé stesso con un atteggiamento pilatesco al limite del decommitment.

Sembrava partita bene inizialmente la pratica arrivata al Csm con la decisione di affidare a due Commissioni – la Ia che si occupa dell’incompatibilità ambientale dei magistrati e la VIIa che che si occupa delle disfunzioni organizzative negli uffici – la valutazione delle accuse che l’aggiunto Alfredo Robledo aveva concretizzato in una memoria contro il suo capo Bruti Liberati. Poi, con il passare dei giorni, la rosa ha mostrato via via tutte le sue pungenti spine. E i membri del Csm hanno iniziato a ritrarre preoccupati le mani.
Il tema era perfino semplice: ha, Bruti Liberati, rispettato quelle che sono le norme di gestione dell’ufficio cristallizzate nella riforma dell’ordinamento giudiziario del 2006? Una domanda alla quale il Csm non è stato in grado di rispondere. E non è detto che lo sia oggi.
Per Robledo, che ha portato all’attenzione dei membri di Palazzo dei Marescialli, tutta una serie di passaggi critici rimasti fino ad oggi sconosciuti, nascosti nelle pieghe delle inchieste più importanti, Bruti Liberati ha travalicato la legge piegandola ai propri scopi. Che siano anche i propri interessi è tutto da vedere. Sta di fatto, però, che secondo Robledo, Bruti Liberati ha, tanto per dire, deciso assegnazioni di fascicoli e inchieste a magistrati, come Ilda Boccassini, che non erano titolati ad occuparsi di quelle inchieste. Perché lo abbia fatto, è questa la questione sulla quale si sono interrogati alcuni membri del Csm. Chi fa capire che lo abbia fatto per interesse, chi dice per velocizzare il lavoro, chi sostiene che lo ha fatto per non perdere il controllo delle inchieste.
Bruti Liberati, ex-presidente del sindacato dei magistrati, l’Associazione Nazionale Magistrati e, soprattutto, ex-presidente della storica e potentissima corrente di sinistra delle toghe, Magistratura Democratica – circa 900 iscritti che rappresentano mediaticamente un esercito di oltre 10.000 magistrati – ha reagito accusando Robledo di aver intralciato alcune indagini e di aver rischiato di farne saltare altre.
Insomma, sono volati gli stracci a reti unificate. Non è stato d’aiuto, invero, per i consiglieri, convocare i due litiganti e i loro colleghi. Anzi, la processione lamentosa di toghe che arrivavano da Milano a Roma per dare il loro contributo al disvelamento del quarto mistero non ha fatto altro che acuire lo scontro, rendere ancora più indecisi i già esitanti e titubanti membri del Csm e mettere a nudo, ancor di più, la ragnatela di inimicizie, insopportazioni, veleni e liti condominiali che hanno fatto da sfondo e da trama in questi anni alle inchieste di cui si è occupata la Procura di Milano.
Fino a quando la Ia Commissione ha trovato la quadra per sfilarsi dal teatrino: si è spogliata  democristianamente della faccenda dichiarandosi incompetente dopo aver, ancora più democristianamente, sostenuto che la lite fra comari non ha turbato o pregiudicato l’esercizio dell’azione giudiziaria che è risultata comunque efficace e tempestiva. Un esercizio di equilibrismo stilistico e dialettico, quello della Ia Commissione, come non se ne vedevano dai tempi di Moro e delle famose convergenze parallele. Ma tant’è. Unica concessione quella – pur archiviando il caso – di “girare” la pratica ai titolari dell’azione disciplinare, cioè il Pg della Cassazione, Gianfranco Ciani, e il Guardasigilli, cioè il ministro della Giustizia, Andrea Orlando. Che oggi interpellato, ha detto: «Attendo una decisione del Csm…».
E così il cerino acceso è rimasto in mano ai membri della VIIa Commissione. Non tutto è perduto, dunque.
Senonché la VIIa Commissione ha dato un colpo al cerchio (Bruti Liberati) e uno alla botte (Robledo) e poi pure lei ha passato la mano a Ciani e Orlando. Insomma, siamo in Italia.
Oggi il Plenum del Csm che rispecchia, come un macrocosmo, le Commissioni Ia e VIIa, dovrebbe decidere.
La gatta da pelare, insomma, è sempre lì.
Non ha giovato a smuovere i dubbi amletici dei membri del Csm la involuta lettera-appello arrivata venerdì scorso in via riservata (ma subito disvelata) al vicepresidente del Csm, l’ex-democristiano Michele Vietti, dal Quirinale. Napolitano, che non è Cossiga e misura le parole in maniera curiale e diametralmente opposta alla veemenza con la quale il compianto ex-capo dello Stato assestava severe e dolorose picconate sul tavolo di Palazzo dei Marescialli, ha dato ai titubanti consiglieri del Csm un motivo in più per aggiungere dubbi a dubbi. «Ricordare i poteri del procuratore senza uscire dai binari della riforma 2006 dell’ordinamento giudiziario», ha sollecitato Napolitano. Insomma, zuppa e pan bagnato.
Oggi pomeriggio il plenum del Csm dovrebbe votare sei proposte sullo scontro fra i due litiganti. In cima alla lista ci sono, appunto, quelle partorite dalla Ia e dalla VIIa Commissione. Seguono poi, a ruota, altre quattro proposte: quella che porta la firma del togato “indipendente'” Nello Nappi e del laico di centro-destra Nicolò Zanon uniti in una Crociata contro Robledo del quale chiedono il trasferimento d’ufficio perché il suo intento, secondo i due,  sarebbe stato solo quello di delegittimare il capo dell’ufficio. Il tandem Nappi-Zanon chiede anche al Plenum di non trasmettere gli atti alla Commissione che dovrà valutare a luglio se confermare Bruti nel suo incarico, perché i criteri organizzativi delle Procure, sostengono, sono regole derogabili da chi le guida, per ragioni di speditezza delle indagini o di opportunità.
Dietro la clamorosa presa di posizione arrivata proprio alla vigilia della decisione del Csm c’è – lo ha ammesso lo stesso Zanon  – l’esigenza “politica” di “tutelare” la riforma Castelli-Mastella dell’ordinamento giudiziario del 2006 che ha sancito, sottolinea Zanon, il «sacrosanto principio della gerarchia» nell’organizzazione delle Procure. Insomma le norme non possono diventare, è la questione di fondo, un ulteriore elemento divisivo fra le correnti e, per questo, non possono essere buttate alle ortiche.
Di segno diametralmente opposto le due proposte presentate dal togato di Magistratura Indipendente Antonello Racanelli, che ha soprattutto un obiettivo: ottenere la riapertura dell’istruttoria «lacunosa» della Prima Commissione, per approfondire «vicende che pongono dubbi sull’indipendente e imparziale esercizio delle funzioni» da parte di Bruti Liberati, che per il consigliere ha compiuto «evidenti e immotivate violazioni dei criteri organizzativi» della Procura.
Nel mezzo ci sono poi tutti i distinguo elaborati dai vari consiglieri. Insomma c’è parecchia carne al fuoco per giustificare unulteriore indecisione dei dubbiosi consiglieri del Plenum che dovrebbe decidere oggi.
Ma a togliere le castagne dal fuoco potrebbe essere il governo. Con la norma che impone a tutta la pubblica amministrazione, magistrati compresi, la pensione a 70 anni, Bruti Liberati, che ha già superato quel traguardo anagrafico, dovrebbe senz’altro fare le valige. Togliendo d’impaccio i membri di Palazzo dei Marescialli e sollevandoli dal prendere una vera decisione.