Rilanciare il «brand» Festa dell’Unità: la scelta di Renzi per compattare il popolo della sinistra

Da Bologna parte il rilancio, da Bologna sorgono le proteste. Non a tutti, nel Pd, è piaciuta l’idea di Matteo Renzi di riscoprire il «brand di successo» “Festa dell’Unità” per le feste del partito, che negli anni avevano assunto per lo più in nome di “Feste democratiche”.

A far sentire la propria voce è Marco Barbieri, già segretario regionale del Ppi in Emilia Romagna e responsabile nazionale delle Feste dell’Amicizia dal 1999 fino al 2002 della confluenza dei Popolari nella Margherita. «Ci sono circoli Pd che hanno continuato a chiamare la loro festa “dell’Unità” nonostante tutto: è stata una scelta politica precisa, che merita rispetto. Chiedo dunque che se ci sono amici che vogliono organizzare una festa dell’Amicizia sia loro consentito di farlo», ha detto Barbieri da quella Bologna che dovrebbe offrire la location per il rilancio del vecchio nome. Quella di Barbieri, però, rischia di rimanere una rivendicazione senza seguito, perché contraria alla linea politica indicata chiaramente da Renzi nel momento in cui, all’assemblea nazionale di sabato, ha posto il problema del quotidiano  che fu di partito e di quel «brand» ancora capace di attrattiva. «La tradizione non va messa nel museo delle cere, ma è un investimento per il futuro. Dobbiamo tutelare il nostro brand, tornare a chiamare le nostre feste “feste dell’Unità”», ha detto il premier, facendo anche un passaggio sulla «sofferenza» del giornale e sul fatto che il partito non può più permettersi il dualismo con Europa. È stata una scelta identitaria precisa quella di Renzi che, venendo dalla tradizione dalla Margherita, ora punta a ricompattare il popolo della sinistra intorno a una testata che ha ancora un valore affettivo e simbolico piuttosto forte, nonostante il calo di vendite e la difficile situazione economica. I redattori sono senza stipendio da aprile, dopo che per due anni sono stati in solidarietà. Pochi giorni fa è stata ratificata la messa in liquidazione della società editoriale, composta da un gruppo di imprenditori e alla quale il Pd partecipa con una quota residuale. Eppure, come ha spiegato il direttore, Luca Landò, a Repubblica, la testata – con ciò che rappresenta – costituisce ancora un patrimonio vitale. Ne è esempio il successo dell’inserto in cui sono state proposte novanta prime pagine per i novant’anni di storia del giornale: in un paio d’ore sono state vendute 120mila copie del quotidiano, che abitualmente ne vende poco più di 20mila. «C’è una potenzialità da valorizzare», ha detto anche il tesoriere del Pd, Francesco Bonifazi, aggiungendo che «stiamo lavorando perché l’Unità non scompaia, perché rimanga vivo un pezzo di storia della sinistra». La redazione ha accolto con favore, ma con una precisazione: «L’Unità – hanno scritto i giornalisti in una lettera aperta a Renzi – è una storia novantenne, è una comunità – giornalisti e lettori – orgogliosa di sé. Molto più di un brand».