Riforme, Renzi con le spalle al muro. E Berlusconi gli fa capire che deve fare i conti con lui

La riforma del Senato sta diventando un problema per Matteo Renzi. Il premier aveva affrontato l’argomento a modo suo, assicurando agli italiani che in quattro e quattr’otto avrebbe abolito Palazzo Madama facendolo diventare una camera a costo zero con senatori non eletti. La prima scadenza prevedeva l’approvazione in prima lettura in tempo per le europee, poi si è rinviato il traguardo ai primi di giugno e adesso già l’asticella è stata portata al 27 giugno.

Succede che dopo la schiacciante vittoria del Pd e la sconfitta di Forza Italia Silvio Berlusconi non ci sta ad andare a rimorchio del premier ed ha così deciso di rallentare le riforme per far capire a Renzi che deve fare i conti con lui. Il testo del governo prevedeva un Senato fatto da delegati delle regioni e delle città, non eletti e non pagati, con pochi poteri. Contro questa tesi si sono mossi in molti, a partire da una fazione del Pd, guidata da Chiti, che vuol stravolgere il testo, poi c’è la Lega scatenata e Forza Italia indisponibile a blindare quanto scritto da Palazzo Chigi. Il risultato è la palude attuale, con la riforma ferma in commissione affari costituzionali e oltre cinquemila emendamenti presentati.

Per uscire dall’impasse aveva fatto capolino il cosiddetto “modello francese”, cioè l’elezione di senatori da parte di una grande platea di eletti sul territorio, dai consiglieri regionali ai consiglieri comunali. Il governo sperava che allargando la base dei votanti fosse possibile stemperare le critiche, ma a nulla è servito. Restano dubbi nel Pd e Berlusconi ha fatto pronunciare da Forza Italia un secco no a questa soluzione.

A questo punto la prossima settimana in commissione Affari costituzionali bisognerà ripartire da zero e cercare un accordo, ma prima ancora che se ne occupino i parlamentari forse Renzi deve rivedere le intese col Cavaliere, senza le quali sarebbe costretto a procedere a colpi di maggioranza con il grosso rischio di finire impallinato in aula, tanto più che i senatori insistono affinché si prosegua con l’elezione diretta e si proceda soltanto a tagliare il numero dei seggi, ma operando la stessa cura dimagrante alla Camera dei Deputati. A Palazzo Madama, infatti, non si comprende perché si debba passare da 315 seggi a zero mentre a Montecitorio resterebbero in vita tutti i 630 seggi previsti.

La prossima settimana sarà quindi molto delicata per Renzi, che dovrà trovare una mediazione con la sua minoranza interna, con Berlusconi, con Alfano e con l’istinto di sopravvivenza dei senatori che non vogliono veder cancellato il loro ramo del Parlamento se non nell’ambito di una riforma complessiva che chieda sacrifici uguali per tutti.