Ragazzina ridotta in schiavitù e costretta a rubare: processo a due rom

Mentre Roma si prepara ad essere invasa da oltre duecento delegati nomadi provenienti da tutta Italia che, con la benedizione di Ignazio Marino, festeggeranno in Campidoglio la giornata dell’orgoglio rom, si continua a minimizzare sui reati che vengono commessi per le strade di Roma e all’interno dei campi. Gli esempi sono infiniti e proprio oggi alla lunga sfilza di casi denunciati se ne aggiunge un altro. È quello di una ragazzina data in sposa e poi costretta a rubare. Lui mai immaginava che la sua moglie bambina si sarebbe ribellata abbandonandolo e ritornando dai genitori. Non contento, con la complicità del padre, lo sposo decise di rapire la ragazzina e di chiedere trentamila euro per “liberarla”. Ora padre e figlio, due rom di origine serbo-bosniaca, Krasim e Clinton Rustic, devono affrontare un processo a loro carico davanti alla prima Corte d’assise di Roma. Nell’udienza un colpo di scena: la madre della ragazzina ha negato tutto, contraddicendosi (secondo l’accusa) a tal punto che il pm ha chiesto la trasmissione degli atti per falsa testimonianza. In aula, un maresciallo dei carabinieri ha ricostruito l’indagine, con quanto avvenuto il 20 novembre scorso durante un pattugliamento al campo nomadi La Barbuta di Ciampino. Fu notato un gruppo di circa settanta persone discutere animatamente, e, alla vista dei militari, una ragazzina di 14 anni di origine macedone si svincolò dicendo di non volere tornare nel campo di Castel Romano dove viveva con il marito Clinton, solo due anni più grande di lei. Secondo la ricostruzione accusatoria, i “gruppi” erano due: da una parte i macedoni del campo della ragazzina; dall’altra i serbo-bosniaci del giovane marito. Si contendevano la ragazzina, che aveva “rotto il patto” con quel marito che la costringeva a rubare sugli autobus o per le vie del centro.