Quando per la prima volta Giorgio prese la parola in Parlamento e la “lezione” di Togliatti

Giorgio Almirante entrò  “in punta di piedi” alla Camera dei deputati nel 1948. E lo fece con quel rispetto per l’istituzione parlamentare  che avrebbe sempre testimoniato, anche nei momenti politici più difficili e negli scontri più aspri, sedendo interrottamente sui banchi di Montecitorio per quarant’anni, fino alla morte.

Il suo debutto, però, dagli scranni dove sedevano i cinque deputati missini non fu tra i più felici, come egli stesso confessò nella sua autobiografia, e lo lasciò piuttosto amareggiato e incerto sulle sue capacità di oratore parlamentare che non era la stessa cosa del “comiziante” che infervorava le piazze, specialità nella quale non temeva confronti nel partito che pure era gremito di oratori affascinanti e trascinatori inimitabili.

Prese la parola per la prima volta il 4 giugno 1948 sulla fiducia al quinto governo De Gasperi. Una prova non da poco alla quale, se anche avesse voluto, non si sarebbe potuto sottrarre essendo il leader del Movimento sociale italiano, insomma il capo dei “vinti”, come si diceva allora di quelli che secondo l’opinione corrente non avrebbero mai dovuto mettere piede nel Palazzo dove, invece, entrarono e vi restarono. Così Almirante raccontò, con ironia e disarmante sincerità, qualche anno dopo, la sua “prima” a Montecitorio: «Debbo precisare di aver dato inizio alla mia carriera parlamentare con un solenne fiasco:  dovuto a presunzione e ad inesperienza (…). Ritenni che si potesse e dovesse parlare alla Camera come in piazza. Presuntuoso, ma non tanto da arrischiare il massimo, scrissi quello che mi parve un gran bel discorso, lo imparai a mente, lo recitai dinanzi al classico specchio, provai il vuoto tremendo (oh Dio, non ne so nemmeno una parola!) che l’attore prova quando deve recitare la propria parte, iniziai con un filo di voce, poi presi a parlare sicuro (…). Ma mentre parlavo, mentre mi inoltravo sui viali fioriti di quella retorica comiziale che m’era sembrata poco meno che sublime dinanzi allo specchio, mi rendevo conto (me ne faceva avvertito l’ambiente) che si trattava di una formidabile stonatura; cioè di un grosso fiasco. Me lo fece capire, prima e più di tutti, Palmiro Togliatti, che si era fermato in aula per ascoltare il debutto di quel principiante, e che fin dalle prime battute aveva capito tutto, ivi compreso il mio mortale imbarazzo. Mentre io ero condannato a parlare, e non potevo interrompermi né mutare discorso, perché se avessi cambiato una virgola mi sarei fermato del tutto, egli, implacabile mi fissava divertito, faceva cenno a qualche vicino perché stesse a sentire, poi si alzava dal banco, e sempre fissandomi scendeva la scaletta, fino all’emiciclo, con le mani sui fianchi, senza ridere, ma con un compatimento così vistoso da balzare agli occhi. Grazie, Togliatti. Dopo quella lezione non ci sono cascato più. Ho preparato le mie scalette e miei appunti, non ho mai letto, non ho mai recitato a memoria, ho cercato, nei limiti del possibile, di indurre all’attenzione quell’uditorio distratto, sgraziato, impossibile che è di norma il Parlamento italiano». 

Chi l’avrebbe mai detto: Almirante debitore di Togliatti nell’acquisizione della tecnica oratoria parlamentare. Scherzi di Montecitorio dove, contrariamente a quanto si è portati a ritenere all’esterno, s’intrecciano rapporti e nascono perfino amicizie tra avversari che non di rado stridono con la polemica politica pubblica  a cui normalmente e doverosamente danno vita. Eppure, soprattutto negli anni dell’immediato dopoguerra, per quanto la tensione si facesse sentire, non venne quasi mai meno il rispetto tra parlamentari animati dal civile proposito, comunque la pensassero, di ricostruire l’Italia. Il primo discorso di Almirante, al riguardo, è esemplare.

Annunciando la sfiducia del suo gruppo al governo De Gasperi, il leader missino lamentò l’eterogeneità della coalizione che sosteneva l’esecutivo; mosse puntuali critiche alle dichiarazioni programmatiche del presidente incaricato; chiese la revisione della Costituzione appena varata nella quale scorgeva i pericoli della paralisi governativa  derivante dai veti incrociati dei partiti ed annunciò l’opposizione al proposito di creare le Regioni. Ma non mancò, fin d’allora, di reclamare la pacificazione tra gli italiani  e la messa al bando dello spirito della guerra civile che ancora era fortissimo in alcune aree dell’Italia del Nord: fu questa la più intensa battaglia di tutta la sua vita  politica che con generosità condusse in ogni dove reclamando la concordia come presupposto per salvaguardia dell’unità nazionale e dello sviluppo sociale. Nell’occasione invitò esplicitamente De Gasperi a “disarmare il Paese”. Poi, con dotto sarcasmo (era maestro nel trovare la citazione appropriata e colta), aggiunse: “Ci narra Lamartine che in una sola notte le autorità rivoluzionarie francesi seppero disarmare Parigi che brulicava di armi clandestine. Noi sappiamo che l’onorevole Scelba non è Danton, e credo che questo faccia piacere anche all’onorevole Togliatti, come fa piacere a tutti noi”.

Non c’è una sola parola in questo  primo discorso di Almirante che suoni offesa agli avversari ed alla democrazia parlamentare, pur avendo egli un’altra idea della democrazia, che avrebbe precisato nel corso degli anni: partecipativa e presidenziale. Al contrario, tra le righe, si coglie una pressante ricerca di dialogo che non verrà meno neppure quando lo scontro politico si farà più duro. Dialogo che assumeva nel “parlamentarismo almirantiano” una forma di estetica comportamentale che giustificava il suo successo: “Quando uno tra noi non legge – osservò nella sua autobiografia -, pur essendo ormai le Presidenze delle Camere italiane estremamente longanimi nel concedere a tutti lunghe letture, non lo fa certamente per esibire se stesso in un pezzo di bravura (ammesso che ci voglia bravura per parlare da parte di un parlamentare), ma per un riguardo innato nei confronti degli interlocutori delle altre parti politiche, che hanno il diritto di immaginare, almeno, di essere ascoltati e quindi di ricevere risposte immediate e pertinenti”.

Un’estetica ed un’etica parlamentare oggi così lontana ed eccentrica da quella odierna.  Almirante sarebbe inorridito, mentre i “democratici” di professione non s’avvedono della decadenza dell’istituzione di cui fanno parte e la offrono all’attenzione dell’opinione pubblica come una sorta di luogo dove accentrare i loro risentimenti ed alimentare le incomprensioni tra le parti. Altro che pacificazione.