Napolitano scende in campo per Meriam, ma l’Italia dimentica le vittime degli stupri in India. Tacciono Boldrini e le ministre renziane…

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, prende posizione sul caso di Meriam Yahya Ibrahim Ishag, condannata alla pena capitale con l’accusa di adultrrio e apostasia. Napolitano auspica che siano “tempestivamente confermate” le parole dell’ambasciatore del Sudan su una revisione della condanna a morte di Meriam e segue la vicenda “con viva partecipazione, in raccordo con il governo”. Un caso che ha scosso le coscienze e che ha giustamente provocato una mobilitazione internazionale in favore di una delle tante vittime di leggi retrograde e liberticide.

Non accade nulla invece, al di là delle denunce dei media, contro l’allucinante serie di violenze sessuali che continua a mietere quotidianamente vittime nella pancia profonda della società indiana. Ieri l’ennesima brutale violenza ha colpito un’altra ragazza di 15 anni, che dopo aver subito uno stupro, è stata uccisa ed impiccata ad un albero di un villaggio del distretto di Sitapur, nell’Uttar Pradesh. Questo Stato pare voler rivendicare da qualche settimana il poco invidiabile titolo di ‘capitale della violenza sessuale indiana’, visto l’agghiacciante episodio delle due cuginette violentate e impiccate ad un albero di mango una settimana fa, e l’altro di una ragazza di 22 anni che, dopo le sevizie fisiche, è stata costretta a bere un acido che l’ha uccisa. Se questo non bastasse, a contribuire ad accrescere l’orrore indiano ed internazionale è intervenuto anche un minuscolo movimento indipendentista dello Stato settentrionale di Meghalaya, l’Esercito nazionale di liberazione Garo (Gnla). Cinque suoi militanti ieri hanno fatto irruzione in una casa per cercare di abusare di una madre di cinque figli ma, non riuscendo nell’impresa, hanno ucciso brutalmente la donna sparandole a bruciapelo alla testa con fucili da combattimento. Un crescendo di violenza e orrore per il quale non si organizzano né sit in né flash mob né levate di scudi di organizzazioni femminili che nel nostro Paese non mancano di intraprendenza. Tace la presidente della Camera Laura Boldrini, tacciono le ministre “renziane”. Eppure ciò che avviene in India, dove restano detenuti i nostri due marò, ci riguarda da vicino e chissà se questo singolare silenzio non sia da mettere in relazione proprio con la vicenda dei marò, come se una condanna netta e aperta di quanto avviene in quel paese (oltre 22mila stupri nel 2012, cinquemila dei quali a danno di bambine!) potesse compromettere i delicati rapporti diplomatici tra Roma e New Delhi.

Ritornando sull’assassinio della 15enne, che è stata catturata quando si è recata in un campo non avendo i servizi igienici a casa, il padre della vittima ha raccontato che il principale accusato in questa vicenda è un uomo di 40 anni, un vicino di casa, che pretendeva di sposare la figlia. “Lei aveva appena 15 anni. L’uomo che ha fatto questo non ha figli. Ci stava facendo pressioni – ha assicurato – perché gli permettessimo di sposarla. Gli abbiamo detto che non era possibile perché con i suoi 40 anni era troppo vecchio per lei. Allora ha preso mia figlia con la forza, l’ha uccisa e poi l’ha appesa ad un albero”. Mondo politico e media non risparmiano critiche nei confronti del governatore dell’Uttar Pradesh, Akilesh Yadav, il quale ha reagito prima parlando di un “complotto politico” ai suoi danni, perché “gli stupri avvengono dappertutto ma vengono messi sotto i riflettori solo nel mio Stato”. Anche il governo centrale del premier Narendra Modi, insediatosi poco più di una settimana fa, non ha fatto sentire ancora la sua voce per cercare di mettere sotto controllo una situazione che sta gravemente danneggiando l’immagine dell’India nel mondo, e che ne può compromettere pesantemente i flussi turistici.