Mose, il gip: al generale Spaziante promessa una tangente di due milioni mezzo. Cantone: cambiare la legge sugli appalti

Accuse di corruzione, finanziamento illecito, frode fiscale. Quaranta milioni sequestrati. Manette eccellenti a politici di primo piano e funzionari pubblici, fatte scattare dai magistrati che da tre anni seguono il sistema di fondi neri, tangenti e false fatture con cui, sostengono, si teneva in piedi il sistema di appalti collegati al Mose, l’opera colossal (cinque miliardi di euro) che entro il 2017 proteggerà la città dalle acque alte. Passa attraverso un sospetto giro di mazzette versate anche a Emilio Spaziante, il generale della Guardia di Finanza in pensione, e a Marco Milanese l’allora consigliere politico dell’ex ministro dell’economia a Giulio Tremonti, l’iter “illecito” per i lavori del Mose. È quanto emerge dal provvedimento firmato dal gip Alberto Sacaramuzza che ha portato ieri agli arresti 35 persone tra cui il fiore all’occhiello del Pd  sindaco Giorgio Orsoni (ai domiciliari), l’assessore regionale di F Renato Chisso, l’ad di palladio Finanziaria Roberto Meneguzzo e lo stesso Spaziante, e a una richiesta di custodia cautelare anche per l’ex presidente della Regione Giancarlo Galan. Nell’inchiesta coordinata dalla procura veneta e condotta dalla Gdf e tra i circa cento indagati spunta anche Milanese. Secondo l’accusa, Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia Nuova (Cnv), tra l’aprile e il giugno 2010, avrebbe consegnato “personalmente”, cinquecentomila euro (denaro raccolto tra i principali componenti del Cnv), all’ex braccio destro di Tremonti e chiamato, nelle intercettazioni, «il nostro amico». E questo, come emerge dalle carte dell’indagine, per il suo intervento “determinante” per introdurre «una norma ad hoc per salvare il finanziamento di 400 milioni» per il Mose, fondi che altrimenti non sarebbero arrivati in quanto il Cipe inizialmente aveva di distribuire in modo diverso dando la preminenza al Sud Italia. Un’operazione di cui Milanese, nei confronti del quale lo scorso 13 maggio i pm hanno revocato la richiesta di arresto, si sarebbe occupato, come testimoniano le intercettazioni, assieme a Meneguzzo – che per altro lo avrebbe messo in contatto con Mazzacurati – e sarebbe andata in porto per il “loro proficuo interessamento”. Ma nella ricostruzione del gip emerge anche che mentre Mazzacurati si stava dando da fare per raccogliere il denaro per pagare Milanese e Meneguzzo, la Guardia di Finanza aveva avviato una verifica fiscale al Consorzio Venezia Nuova. Da qui il coinvolgimento del generale Emilio Spaziante. Infatti, in base ai contatti telefonici, viene a galla che, dopo un primo incontro avvenuto a Padova e in cui Meneguzzo si era lamentato ritenendo “non sufficiente” la somma, la riunione successiva del 14 giugno, «non sarebbe stata solo dedicata alla consegna a Meneguzzo del denaro della tangente promessa» all’ad di Palladio e all’ex consigliere dell’allora ministro dell’Economia da Mazzacurati, ma sarebbe servita anche per chiedere a Milanese «un altro aiuto in relazione alla verifica fiscale iniziativa». A dimostrazione di ciò, ricostruisce il gip, Mazzacurati trasmise il verbale di ispezione a Meneguzzo e Spaziante «si precipita a Venezia a vedere il verbale», pur non avendo «alcuna competenza in merito». La consegna della tangente, mezzo milione contro i due milioni e mezzo promessi e che il generale avrebbe diviso anche con Milanese e Meneguzzo, sarebbe avvenuta a Milano preso la «sede lombarda della Palladio Finanziaria» in un incontro “a tre”. Circostanze queste che sono state confermate, oltre che dalle conversazioni intercettate, anche da una serie di interrogatori di Mazzacurati. Una una nuova Tangentopoli che fa scendere in campo il presidente dell’Autorità Anticorruzione Raffaele Cantone che in un’intervista a Repubblica spiega: «C’è un problema sulla legge per gli appalti, non è adeguata e va cambiata». Per Cantone «opere fatte con deroghe finiscono quasi sempre con fatti di corruzione. C’è una legge inadeguata a gestire le grandi opere. C’è troppo formalismo per le piccole amministrazioni e un difetto per le grandi. C’è sempre bisogno di deroghe, giustificate per fare le opere, che poi producono corruzione. Bisogna migliorare le qualità ispettive, ampliare il potere sanzionatorio e consentire all’Anac di essere più efficiente nei controlli che fa». Cantone sottolinea che la legge «Severino prevede il patto di integrità, una clausola nei contratti che consente la revoca se si verifica un fatto di corruzione. È uno strumento utilissimo che già esiste e che mi auguro che venga applicato…». In un’intervista al Mattino Cantone suggerisce il commissariamento delle imprese delle grandi opere coinvolte in indagini sulla corruzione ma chiarisce, «è una strada perseguibile ma bisogna verificare se può essere praticata anche per i contratti di appalto antecedenti alla legge anticorruzione 231».