Manifesto femminista o inno all’amore gay? Il film Maleficent stravolge i canoni della fiaba (e fa discutere)

Suscita dibattito Maleficent, il film con cui la Disney rivisita la fiaba della Bella Addormentata, proponendola dal punto di vista della strega, Malefica. La pellicola, uscita in Italia il 28 maggio, in 8 giorni di programmazione è stata vista da oltre un milione di spettatori, mettendo insieme più di sette milioni di incassi. Il suo successo è inequivocabile. Si presta, invece, a molti tipi di interpretazione la trama, che stravolge la fiaba popolare da cui è tratta.

Malefica non è cattiva, ma incattivita dal tradimento di Stefano, futuro re e padre di Aurora, che un tempo aveva amato e che risponde alla sua fiducia tagliandole le ali. Per questo, dopo aver maledetto la principessa, la strega finirà col prendersene cura, crescendola e proteggendola nell’ombra, e infine liberandola dall’incantesimo che lei stessa aveva scagliato e contro il quale il principe azzurro si è rivelato del tutto inadeguato. I ruoli tradizionali delle fiabe, in cui ogni personaggio interpreta una caratteristica dell’umano e solo quella (completamente buono, completamente cattivo, completamente innocente), sono saltati del tutto, per lasciare spazio a una complessità che è propria della realtà, ma non del racconto fiabesco. In questo “corto circuito” si fanno spazio letture anche molto divergenti del film, alcune delle quali appaiono troppo condizionate da una visione ideologica, che finisce per essere deformante.

Luca Telese, in un articolo pubblicato da Linkiesta, ha salutato la pellicola come «la prima fiaba allusivamente “Lgbt” della storia del cinema», leggendo la tenerezza di Malefica verso Aurora non come una forma di amore materno, ma di amore omosessuale. Francesca D’Alò sul Messaggero, poi, ha parlato della strega come di «una leader ecologista troppo sofisticata per non irritare maschi fascisti di un Medioevo assai violento» e ne ha tratto la conclusione che il film è una «metafora di una sana lotta al femminicidio», in cui «la violenza maschile è realmente malefica». Una lettura che punta nella stessa direzione, ma senza esasperazioni ed etichette improprie, è quella data su Il Fatto quotidiano dalla presidente del Centro antiviolenza Demetra, Nadia Somma. Per la Somma «la moderna versione della fiaba ha il pregio di  raccontare un femminile complesso e non banale», nel quale poi si può trovare la strada per il riscatto dai torti e dalle violenze subite. «Malefica guarisce dalla  rabbia grazie all’amore per la figlia di quel re che l’ha tradita. Il vero amore esiste e non è quello che viene donato da un uomo attraverso un bacio, ma è quello che si coltiva o si riscopre nonostante feroci tradimenti e dolorose sconfitte». La salvezza di Malefica e di Aurora, per la Somma, è dunque di quelle possibili «quando le donne accolgono la loro complessità, si permettono di esprimere  la sacrosanta rabbia per le offese subìte senza restarne distrutte o distruggere quello che di bello e di vitale si è salvato». Su una cosa, però, più d’un critico si è trovato d’accordo: a vedere il film bisogna andare liberi da pregiudizi e dal ricordo della “vera” Bella addormentata. Altrimenti si rischia di ritrovarsi confusi più di quanto non implichi già la nuova caratterizzazione dei personaggi.