L’Iraq ormai alla guerra civile: irresistibile avanzata dei qaedisti in tutto il Paese

Peggiora la situazione in Iraq: non è più solo terrorismo, ma siamo alla guerra civile. Centinaia di poliziotti iracheni sono stati catturati dai miliziani qaedisti a Tikrit, città a nord di Baghdad da qualche ora in parte controllata dalle forze dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis). Lo mostrano immagini amatoriali diffuse dalla tv panaraba al Arabiya e provenienti dalla città natale dell’ex presidente Saddam Hussein. In precedenza, i media governativi iracheni avevano affermato che le truppe di Baghdad avevano ripreso il controllo della città. Inoltre sembra siano circa 80 i cittadini turchi in ostaggio in Iraq: lo afferma il ministero degli Esteri turco citato dalla stampa di Ankara. Il ministero «non può confermare» che 31 persone, quasi tutti camionisti, siano state rilasciate dai jihadisti e poi catturate da un altro gruppo, come annunciato dal sindacato degli autotrasportatori. Inoltre centinaia di miliziani qaedisti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante hanno circondato una raffineria di petrolio nella provincia irachena di Baiji, tra Mossul e Baghdad. E poche ora fa c’è stata la reazione del regime: l’aviazione governativa irachena ha condotto raid aerei sulla città di Tikrit, in parte controllata da miliziani dell’Isis. Lo riferiscono testimoni citati dal portale di notizie AllIraqNews. In precedenza, il governo di Baghdad aveva affermato di aver ripristinato il controllo di Tikrit, città natale dell’ex presidente Saddam Hussein. Usa, Lega Araba e Onu sono in fibrillazione: «Non escludo nulla» quando di tratta di aiutare l’Iraq a difendesi dai ribelli, ha detto il presidente americano Barack Obama, che precisa che gli Stati Uniti hanno offerto assistenza all’Iraq nell’ultimo anno, incluse «apparecchiature militari, assistenza di intelligence. Ma quello che abbiamo visto negli ultimi giorni indica che il governo dell’Iraq avrà bisogno di maggiore aiuto. Avrà bisogno di maggiore aiuto da noi e dalla comunità internazionale» spiega Obama, precisando che l’amministrazione lavora a tempo pieno per identificare il tipo di assistenza più efficace. «Non escludo nulla perché è importante assicurarsi che i jihaidisti non conquistino una base permanente in Iraq o in Siria». «Non stiamo contemplando truppe sul campo», ha aggiunto il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, sottolineando che gli Usa sono molto preoccupati per la situazione in Iraq. Insomma, l’amministrazione Obama proprio non si aspettava lo scenario da incubo che nelle ultime ore si sta verificando in Iraq, coi ribelli jihadisti che mettono a ferro e fuoco città come Tikrit e Mosul e ora marciano decisi verso Bagdad. «Stiamo valutando una serie di opzioni per assicurare che il Paese possa affrontare con successo l’offensiva» dei miliziani dell’Isis, si limita a dire la Casa Bianca, che però al momento non sembra voler sentir parlare di ricorso ai droni per bombardare i ribelli, quello che con insistenza avrebbe chiesto Baghdad. Insomma, l’opzione militare, pure evocata da più parti, non riguarda l’invio di truppe sul terreno. Almeno su questo la Casa Bianca è stata netta. Ma il presidente si trova di fronte a un vero e proprio dilemma. I suoi più stretti consiglieri politici e militari si sono riuniti per fare il punto della situazione. E la sensazione – racconta il Wall Street Journal – è che l’offensiva jihadista abbia colto tutti impreparati. C’è stato un chiaro errore di valutazione, e nessuno immaginava un così rapido collasso delle forze di sicurezza irachene di fronte all’avanzata dell’Isis. Questo nonostante da mesi Dipartimento di Stato, Pentagono e Cia abbiano più volte messo in guardia dai pericoli esistenti, dai legami sempre più stretti tra i gruppi estremisti in Iraq e quelli impegnati nella guerra civile in Siria. Gruppi che ora hanno unito le forze dando vita a quello che oramai viene considerato un vero e proprio conflitto su scala regionale. La sfida alla politica estera di Obama, come sottolinea anche il New York Times, è lanciata. Un Obama che – secondo i critici – potrebbe pagare a caro prezzo la scelta di non essere intervenuto in Siria al fianco dell’opposizione moderata, provando così ad arginare i gruppi più estremisti legati ad al Qaida.