La sinistra di lotta e di poltrona: il triste epilogo della lite tra i “compagni” e il “mito” Spinelli

Un tempo molto vicino, fino a un paio di settimane fa, bastava la parola –  Spinelli – per sollevare il brivido, l’emozione, l’estasi dell’intellighentia di sinistra e del suo popolo di elettori adoranti. Bastava avere tra la labbra la Spinelli, senza neanche fumartela, per evocare una visione purificatrice del mondo, la militanza comunista, l’antifascismo, Ventotene, l’europeismo solidale, nel segno di papà Altiero, della sua visione di un continente unito, collaborativo, federato, senza spread e Merkel, ma con una politica fatta di rinunce, passioni, esili e ritorni. Di tutto, ma non di volgari potrone. 

Da quelle suggestioni nasceva la candidatura di Barbara Spinelli nelle file degli europeisti incazzati di sinistra, quelli della Lista Tsipras: eppure la discesa in campo della carismatica figlia di Altiero, una candidatura che lei stessa aveva definito “di bandiera”, utile cioé solo a trainare quella piccola formazione verso il superamento della soglia di sbarramento del 4%, doveva restare solo una mossa elettorale.

Un inconveniente, però, ha rovinato i piani: la sinistra, una volta tanto, ha vinto, la lista ce l’ha fatta, la Spinelli è stata eletta in due circoscrizioni. Eventi, questi, cui i neocomunisti non sono abituati, gli piglia il panico, si spaccano in due come un grissino.

Infatti, dopo cinque minuti, la Spinelli s’era già pentita di aver lasciato intendere che si sarebbe dimessa per lasciare il seggio dell’Europarlamento ad altri esponenti di Sel. Dal quel momento è diventata, agli occhi dei compagni, una mezza truffatrice, quasi un’opportunista, “una che non ha rispettato i patti, incoerente, scorretta”. Ovvero, tutte le accuse che fino a ieri i “compagni” avrebbero riservato al massimo a una velina di centrodestra.

Ma Barbara ha tenuto duro e alla poltrona, come ha confermato oggi, non ha rinunciato: «Mi si accusa di essermi chiusa in una torre d’avorio, a Parigi, di aver deciso da sola. Di aver scelto fra Centro e Sud trattando i candidati arrivati dopo di me “come carne da macello”, così scrive Furfaro. È falso e ingiusto», dice la Spinelli, intervistata da Repubblica. Ma gli “Tsipras” sono spaccati, Sel è sul piede di guerra e la campagna di fango contro la sua decisione di non rinunciare è già scattata.  A farla però non è Sallusti, ma qualche direttore amico di Vendola.