La rivincita dei “giovani turchi”: Orfini verso la presidenza del Pd?

Per un Matteo che esibisce granitiche certezze, ce n’è un altro – sempre nel Pd – che invece si lacera nell’attesa. È Matteo Orfini, un fugace momento di gloria al tempo della segreteria Bersani con il ruolo di testa d’ariete dei cosiddetti “giovani turchi”, cioè il gruppo di under 40 con la missione di rappresentare visivamente lo sforzo del rinnovamento guidato contro la “rottamazione” renziana. Poi è andata a finire come sappiamo, con Bersani disarcionato dalla “quasi vittoria” (in realtà una vera sconfitta) ottenuta alle elezioni politiche dello scorso anno e con Renzi lesto a sostituirlo alla guida del Pd, passaggio necessario per infilzare un paio di mesi dopo Enrico Letta e cacciarlo da Palazzo Chigi.

Furono giorni di vero travaglio politico, ma anche interiore per molti volti nuovi – come ad esempio la bersaniana Moretti o la franceschiniana Picierno – che allora preferirono cambiare casacca interna piuttosto che restare esclusi dagli organigrammi della nuova leadership. Orfini, no. Il “giovane turco” è rimasto ancorato al principio di un Pd perno della sinistra e, perciò, non utilizzabile in incursioni nell’area presidiata dagli elettori moderati. Un esempio di coerenza non facile né scontato in una fase in cui chi si ostina a difendere le proprie scelte pagandone il costo è, nella migliore delle ipotesi, un romantico cazzone.

Ma a volte la coerenza paga, e così per lui ora si profila la possibilità di diventare presidente del Pd. L’appuntamento è per sabato prossimo. Il diretto interessato si schermisce e dice di non saperne nulla. “Deciderà Renzi”, si è affrettato a precisare. Nell’occasione, tuttavia, spende parole di elogio per il premier, cui riconosce il merito della vittoriosa campagna elettorale europea. Del segretario dice di apprezzare soprattutto la voglia di rinnovamento. “La sfida dell’innovazione – spiega Orfini pensando alla batosta rimediata a Livorno – va raccolta anche dove si può immaginare di avere vantaggi storici”. Ma l’esponente pd non rinuncia a dire la sua: “È chiaro – ha detto infatti in un’intervista alla Stampa di Torino – che nella storia dei partiti che danno origine al Pd c’è una parte importante delle radici della nostra storia, personalità che hanno scritto la Costituzione”. Insomma, un modo anche elegante per ricordare a Renzi che il Pd non è solo l’attuale gruppo dirigente. Lui, intanto, aspetta…