Mugnai: «La nuova legge ha fatto saltare il bando della Fondazione An. Ma investiremo lo stesso su nuove iniziative»

«Tanti ragionano come se la Fondazione Alleanza nazionale fosse un partito. Devono invece entrare nell’ordine di idee che per una Fondazione ci sono limiti di manovra e rigidità imposte dalla legge», spiega Franco Mugnai, presidente della Fondazione An, nel fare il punto sul bando del 23 luglio scorso che metteva a disposizione un milione di euro per finanziare attività culturali. A bloccare l’iter ci si è messa la nuova legge sul finanziamento pubblico ai partiti, la numero 13 del 21 febbraio 2014, che ha riscritto la «contribuzione volontaria diretta e indiretta in favore dei partiti». Una spada di Damocle sul bando, che ha costretto la Fondazione An ad attenersi a nuove disposizioni. Come spiega Mugnai, con l’entrata in vigore della nuova normativa, il tetto massimo per la contribuzione ai partiti politici è di centomila euro l’anno. «In pratica, se pure venisse in Italia il sultano del Brunei e volesse finanziare tutti i partiti italiani, potrebbe destinare complessivamente fino a centomila euro. Oltre questa cifra infrangerebbe la legge». Quindi il problema che si è presentato ai cinque membri della commissione esaminatrice è stato appunto questo. «Va considerato che, delle 416 iniziative totali – prosegue Mugnai – ben 137 sono state presentate da movimenti o associazioni riconducibili a partiti. Quindi è facilmente intuibile quale sarebbe stato il rischio».

Accantonare d’ufficio queste domande e lasciare che, a godere dei fondi disposti dal bando fossero tutti gli altri? «Si rischiava di premiare le iniziative meno valide, in una sorta di gara al ribasso. In pratica, se i cinque migliori progetti fossero stati quelli di partito, avremmo dovuto scartare quelli migliori e inserire i meno validi». Fino a quando non era stata approvata la legge, spiega ancora Mugnai, «la nostra commissione, che è esterna al consiglio di amministrazione, aveva proceduto alle varie selezioni e assegnato i vari punteggi. Alcuni progetti, con diversi limiti li avremmo finanziati». Ma il quadro normativo adesso è ancora incerto, troppo rischioso per andare avanti, ha deliberato all’unanimità la commissione.

Altro punto cruciale: «Circa cinquanta progetti erano sostanzialmente uguali. Si trattava di corsi di formazione politica». La commissione si è trovata a esaminare «molte domande uguali, nella forma e nella sostanza». Quali potevano essere le conseguenze? «Finanziare quaranta corsi di formazione uguali, ma con indirizzi disomogenei». Capitolo a parte, non meno spinoso, quello del bando per gli immobili: «Su cento domande circa, la metà erano riconducibili a partiti o ramificazioni di partiti, da qui il rischio nuovamente di essere fuori legge. Appunto il finanziamento si intende anche in forma indiretta con la concessione di una sede». Le altre domande presentate per gli immobili? «Erano tutte sotto la soglia minima delle condizioni richieste, in quanto inconferenti». Per dirla più prosaicamente, assegnare una vecchia sezione di An a un centro fitness «non è riconducibile ai fini della fondazione».  A questo punto, «visti anche i pareri acquisiti in via cautelativa da autorevoli giuristi, la commissione ha deliberato all’unanimità di non dar corso ulteriormente alla prosecuzione del bando».

Addio ai finanziamenti per le iniziative culturali, quindi? «Neanche per idea – garantisce Mugnai – il 12 giugno ci sarà il prossimo consiglio di amministrazione: i corsi di formazione si terranno sotto l’egida della Fondazione An, che gestirà direttamente il tutto per evitare disomogeneità e per garantire la massima trasparenza. Altre iniziative riguarderanno gli archivi territoriali e l’istituzione di un museo nazionale della destra. Ma daremo noi le linee guida. A tutti chiedo solo più serenità di approccio: per la Fondazione An non ci sono figli o figliastri».