La metamorfosi di Grillo non convince il Pd. Sulle riforme già arrivano veti e paletti

La metamorfosi grillina non sembra convincere più di tanto il Pd. “Il dialogo va bene, le riforme si fanno con tutti, ma non è che possiamo metterci a ridiscutere tutto da capo”. In un’intervista al Messaggero, il presidente del Pd , Matteo Orfini, circoscrive termini e  modalità dell’imprevista “apertura” del Movimento 5 Stelle. La sua è una posizione abbastanza netta che riflette, però, le intenzioni del premier Matteo Renzi.In fondo, proprio quest’ultimo aveva commentato a caldo, non senza  ironia, le parole di Grillo, e fatto intendere che  dialogare non significa assecondare né dimenticare in un attimo il veleno sparso a piene mani da almeno due anni, con accentuazioni di tono e uso di epiteti  non lusinghieri nei confronti dello stesso ex sindaco di Firenze.  Ci sono, poi, altre ragioni , forse ancor più solide rispetto al risentimento, che consigliano di non cospargere di rose il tratto di strada che separa i Cinquestellati dal partito di Renzi. C’è, prima di ogni altra cosa, il patto siglato con Berlusconi che, bene o male, ha portato ad una intesa sull’Italicum e ha retto  allo scoglio della prima lettura in Parlamento. Cestinare quel patto, significherebbe davvero ricominciare tutto da capo. Con quali esiti è difficile prevedere. Rispetto all’Italicum la proposta grillina è agli antipodi. Il primo mantiene un impianto maggioritario, mentre la seconda è di natura proporzionalista. Trovare una mediazione tra le due forme appare francamente difficile. Stando così le cose, è plausibile che la posizione di Grillo miri principalmente a cogliere  due obiettivi. Il primo, è quello di uscire dal cono d’ombra dove predomina l’immagine di un movimento a sola vocazione distruttrice, in difetto di ossigeno dopo la performance renziana . Una sia pur tenue parlamentarizzazione nello stile di opposizione, per Grillo e Casaleggio potrebbe aiutare in tal senso. Opzione , peraltro, non priva di incognite, a partire dal rischio di snaturare l’identità dello stesso Movimento. Il secondo obiettivo non è meno rilevante. Giocare la carta della imprevedibilità potrebbe tornare utile in una azione che mira a scompaginare un quadro politico che andava assestandosi lungo l’asse delle riforme sia pure con non poche difficoltà,qualche inconveniente e diffusi mal di pancia. L’episodio di Mineo e dei 14 senatori dissidenti , al di là delle apparenze, non sembra del tutto superato. Si tratta di un episodio che, per come è stato gestito da Renzi e da Zanda, tornerà a pesare in futuro all’interno del Pd. Pensare di averlo esorcizzato con alcune dichiarazioni di facciata non attenua tale  impressione.  Non è un caso che il sospetto di un Grillo che volesse giocare di sponda con i sofferenti del Pd abbia messo in allarme gli  inquilini di Palazzo Chigi. Metamorfosi a parte, l’apertura per chi ne è destinatario  presenta i  caratteri di una trappola. In attesa di vedere come si svilupperà la vicenda nei prossimi giorni, la legge elettorale torna comunque ad essere la chiave di lettura per saggiare  la effettiva  volontà di Renzi di non usarla come alibi delle mancate riforme annunciate. Ossia uno strumento da brandire come spada di Damocle contro chi, secondo il cliché decisionista che si è dato, osasse mettersi di traverso. Ma non è detto che funzioni.