La gaffe di “Marco Polo nato in Cina”, solo retorica e annunci: Renzi presenta il suo programma per la Ue

C’è un po’ di tutto nelle comunicazioni rese alla Camera dal premier Matteo Renzi in vista del Consiglio europeo del 26 e 27 giugno. C’è il sogno di una Italia che smetta i panni della Cenerentola d’Europa e indossi quelli di un Paese non più depresso, anche se ancora in crisi. C’è la rivendicazione di un risultato politico che dovrebbe avere il suo peso a Bruxelles e a Strasburgo, anche se non è ancora chiaro in che misura e in quali forme. C’è la ricorrente immagine di un dualismo archetipo tra chi vuole correggere l’Europa di Maastricht, con le politiche conseguenti, innovando metodi, consolidate prassi burocratiche e mal digeriti tecnicismi e chi, sul versante opposto, tutto questo vorrebbe conservare. C’è, infine, il riferimento al superamento di una politica monetarista che ha fatto da perno alle politiche di austerità e inchiodato al palo ogni possibile ipotesi di sviluppo. C’è, insomma, una miscellanea di buone intenzioni, condite con qualche spropositato paragone al tempo che fu. Ad una storia talmente lontana che, evocarla, assume il senso di una suggestiva, ancorché superflua, citazione, a voler essere benevoli, oppure, più realisticamente, il valore di una scivolata retorica che mal si addice alla situazione presente. Ci riferiamo al ricordo del tempo in cui il fiorino, l’antica moneta della Firenze rinascimentale, dominava la finanza europea. «Il fiorino era il dollaro o l’euro dell’epoca e senza il fiorino non ci sarebbero stati né la storia dell’arte né Dante – ha detto Renzi – La finanza allora non fu un elemento ostativo della crescita e dell’educazione, anzi». Vero, verissimo. Nel XIII secolo e fino al Rinascimento il fiorino era la moneta di scambio preferita nel Vecchio Continente. Lo era  per varie ragioni. Soprattutto perché poteva contare su una potenza bancaria, quella appunto fiorentina, di grande prestigio e solidità. E perché, in quell’epoca, l’utilizzo dell’oro nella monetazione europea (il fiorino fu una delle prime monete d’oro coniate in Italia dopo la caduta dell’Impero Romano) fu favorito dal fiorire degli scambi commerciali, in particolare con i Paesi del Nordafrica. Niente a che vedere con la crisi dei subprime e dei titoli spazzatura messi in circolo ai giorni nostri da una finanza drogata e da un circuito bancario fuori controllo.
La verità è che Renzi insiste molto nell’incensare le capacità dell’attuale governo di imprimere una svolta nell’economia e nel cambiamento delle regole che hanno ingessato l’economia, ma non va oltre la scontata denuncia di quel che non funziona in Italia e in Europa. Si culla su una presunta apertura della Merkel a condizioni meno stringenti per i Paesi in maggior sofferenza, dimenticando che i margini nelle politiche di bilancio e nelle deroghe al Patto di Stabilità, di cui ha parlato il portavoce della cancelliera tedesca, sono esattamente quelli già concessi e utilizzati dall’Italia durante il governo Letta. Poca cosa, in sostanza, per alimentare la crescita e arrestare il declino. Quanto alle parole riportate all’inizio, e pronunciate con un eccesso di foga oratoria che non gli ha evitato di incorrere in una gaffe quando ha detto che Marco Polo e Matteo Ricci sono nati in Cina, suonano a meraviglia per un comizio a Piazza della Signoria. Appaiono, però, stonate e fuori contesto, prive come sono di un aggancio serio e fecondo a un qualcosa di concreto e costruttivo. Di grida manzoniane, in salsa renziana, ormai abbiamo fatto il pieno.