La destra di Colle Oppio ha una grande storia, il “futurista” Raisi cominci a impararla

Solitamente tendo a ignorare le tante dichiarazioni senza senso che si leggono nelle interviste di taluni personaggi, soprattutto se peccano di velleitarismo e monotonia, ma l’ennesimo attacco di un ex appartenente parlamentare di Futuro e Libertà a Colle Oppio e, indirettamente, alla mia persona, merita stavolta una reazione. Di Colle Oppio si può dire tutto il male possibile per ciò che ha fatto e rappresentato, ma non per le fantasie di un Enzo Raisi qualunque.

Colle Oppio non è stata una sezione romana del Msi, ma un vero e proprio laboratorio politico, culturale e antropologico per la destra italiana che ha portato in dote spigolature non conformiste di assoluta avanguardia:   ha sfidato i divieti del Msi di Fini e ospitato al suo interno un’assemblea antirazzista (non autorizzata dal partito di allora) alla quale prese parte l’indimenticato monsignor Luigi Di Liegro; ha difeso il centro di accoglienza per i malati di Aids in un quartiere-bene della Capitale dagli assalti violenti di taluni personaggi vetero-missini; ha condotto una decennale battaglia culturale contro la colonizzazione americana dell’Italia, fatta di modelli distanti anni luce dalle nostre tradizioni, ma anche di dominazione geopolitica; ha aperto un dialogo vero (non declamato) con la sinistra per chiudere gli anni di piombo e superare le contrapposizioni ideologiche, recitando un ruolo determinante per interrompere la spirale di violenza che stava per inghiottire i giovani dopo l’omicidio di Paolo Di Nella; ha fondato l’ambientalismo a destra e fermato la speculazione edilizia, salvando un bene mondiale come il Parco dell’Appia antica dal cemento e dagli affari, sconfiggendo anche la finta opposizione di qualche consigliere comunale di An dell’epoca.

E ancora: ha contrastato gli inceneritori, tanto cari all’avvocato Manlio Cerroni con cui si fregia di non avere mai avuto rapporti, diversamente dall’intero arco dei leader e dei partiti italiani, con lo scopo di dare un profilo industriale alla battaglia per i rifiuti zero, al riparo dalle promiscuità; ha studiato modelli di trasformazione del territorio chiamando a raccolta urbanisti del calibro di Krier, Culot, Tagliaventi, Salingaros, Mazzola per salvaguardare un’ecosostenibilità rispettosa delle identità; ha contribuito alla nascita di mille forme di volontariato attivo, dalle tossicodipendenze ai minori abbandonati, dalla cooperazione internazionale agli anziani e agli indigenti; ha ripudiato le leggi razziali del fascismo dieci anni prima che lo facesse Fini, ha invocato la destra a emanciparsi dal ventennio quando Fini dichiarava Mussolini “il più grande statista del secolo”, ha occupato l’Università di Roma negli anni della “Pantera” quando Fini era ancora tentato dalla “soluzione Caradonna” che mise fine al ’68 di destra. Ci dovrebbe ancora essere spazio per citare l’iniziativa culturale su Pierpaolo Pasolini, quella su Evola e Marcuse, quella su Nietzsche, Freud, Marx e la filosofia del martello, per non parlare degli esperimenti editoriali, da Morbillo a La Sfida, fino alla nuova veste di Area. Colle Oppio ha avuto, piaccia o meno a Raisi, un ruolo importante nell’elaborazione di una nuova destra post moderna e post ideologica, mai chiusa e mai prevedibile, non ha peccato di egoismo ed è stata sempre la casa accogliente per tutti, una specie di mondo sommerso che, come un fiume carsico, riappare all’improvviso sotto forma di mille rivoli d’acqua. Tanta gente c’è stata e, anche se ha cambiato strada, ne riconosce il desiderio di movimentismo e trasparenza.

Di Fratelli d’Italia, infine, si può non condividere nulla, si può contrastare con argomenti politici una linea non condivisa, ma sostenere che sia privo di un chiaro progetto è semplicemente una falsità, una disonestà intellettuale. Ricordo che per primo il partito fondato da Giorgia Meloni ha avuto il merito e la lungimiranza di decretare chiusa l’esperienza del Pdl, ben prima dell’uscita di Alfano e della rinascita fuori tempo massimo di Forza Italia 2.0. L’attacco alle poltrone, infine, si commenta da solo. Ai più distratti faccio notare che Ignazio La Russa è stato ministro della Difesa con il governo Berlusconi e non aveva certo necessità di fondare un partito nuovo, un autentico salto nel buio, per conservare un ruolo di prima fila. Semmai è vero il contrario. Lo stesso per Giorgia Meloni, che è stata  vicepresidente della Camera e ministro della Gioventù, se si fosse accucciata all’ombra del cavaliere e magari, dopo, di Alfano, probabilmente oggi sarebbe al governo. E che dire dell’amico Guido Crosetto, che ha pagato la sua coerenza e il suo coraggio restando fuori dal Parlamento?