Iraq, è fuga dalle città, centinaia di morti e migliaia di profughi. Gli Usa in allarme stanno «valutando»…

Si verso una terza invasione dell’Iraq? Nessuno sa bene cosa fare, in Occidente, ma intanto costa già oltre 100 dollari a persona per un passaggio in auto per fuggire da Baghdad. È uno degli effetti della paura che si respira nella capitale irachena, minacciata dall’avanzata dei ribelli dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis). Mentre si rincorrono le notizie sull’arrivo in città dei jihadisti sunniti, i cittadini di Baghdad si preparano a fuggire dalla città, nonostante l’appello delle moschee e della massima autorità religiosa sciita, il Grande ayatollah Ali al Sistani, di «arruolarsi per combattere l’avanzata sunnita» dei ribelli. Fuggono in fretta, famiglie che portano poche cose con sé, mettendo al rischio la propria vita. Baghdad è solo l’ultima delle città nelle quali il terrore ha spinto i civili alla fuga. Dopo che circa mezzo milione di persone ha abbandonato Mosul in seguito alla conquista della città da parte dell’Isis, altre 40mila persone, secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim), sono scappate dalle violenze tra esercito e jihadisti a Tikrit e Samarra. Una situazione che sta «peggiorando di ora in ora e per la quale si prevede una crisi umanitaria prolungata», ha dichiarato Mandie Alexander, coordinatrice delle operazioni d’urgenza dell’Oim in Iraq. L’ondata di violenze potrebbe sviluppare, secondo le organizzazioni umanitarie citate da Nbc, una crisi di rifugiati senza precedenti nella regione, a causa della miscela esplosiva tra i civili in fuga per i conflitti di Siria e Iraq. Secondo la commissione dell’Onu dei diritti umani, i ribelli dell’Isis stanno compiendo esecuzioni sommarie di cittadini e soldati. Ma la paura che spinge alla fuga non è solo di violenze dei jihadisti, ma delle reazioni forti del governo. Il New York Times racconta che tra le centinaia di migliaia di persone in fuga da Mosul molti hanno lasciato la città per i possibili bombardamenti dell’esercito e delle forze americane, se dovessero intervenire nella crisi. La paura è reale e concreta: poche ore fa l’esercito ha bombardato le postazioni dei jihadisti a Saadiyah e Jalawla, nella provincia di Diyala, e aperto il fuoco con elicotteri su Tikrit, colpendo una moschea. Intanto la commissione dell’Onu per i diritti umani, da Ginevra, ha confermato le esecuzioni sommarie di civili e soldati in Iraq da parte dei jihadisti. Tra gli episodi denunciati, l’uccisione di 17 civili in una strada di Mosul che lavoravano per la polizia locale. Il portavoce dell’Alto commissario Onu per i diritti umani commissariato Rupert Colville ha dichiarato che, stando alle prime informazioni ricevute, «le persone uccise nei giorni scorsi In Iraq sarebbero centinaia e i feriti un migliaio», ma non esiste un bilancio esatto delle vittime in Iraq. Neanche l’America ha le idee chiare: «Il presidente Obama si è incontrato con il suo team di esperti in politica estera per valutare una serie di opzioni, fra cui quella militare», ha detto il segretario di Stato americano, John Kerry, durante la conferenza stampa col ministro degli Esteri britannico, William Hague, al termine del summit contro gli stupri di guerra a Londra. «Gli Stati Uniti hanno già fornito agli iracheni un maggiore supporto aereo, aumentato le forniture di aiuti militari e incrementato i programmi di addestramento», ha aggiunto Kerry. Mentre il ministro Hague ha ribadito che la Gran Bretagna non sta pianificando un intervento militare ma sta «valutando con urgenza altri modi per aiutare», ad esempio fornendo consulenza nella lotta al terrorismo. Poco dopo lo stesso presidente ha corretto il tiro, ribadendo quanto detto giovedì: «Non manderemo truppe in Iraq ma offriremo ulteriore aiuto», aggiungendo che «le forze di sicurezza irachene purtroppo hanno dimostrato di non essere capaci di difendere alcune città. E il popolo iracheno è ora in pericolo». Per Obama ora «fondamentalmente il futuro dell’Iraq dipende dagli iracheni, ma proseguiremo con un’intensa azione diplomatica nella regione». Alla fine il capo della Casa Bianca ha siegato chiaro e tondo che «abbiamo enormi interessi in Iraq (Il Paese è il secondo produttore di petrolio dell’Opec, ndr). Dobbiamo valutare la situazione con attenzione», ha detto, sottolineando di aver chiesto al consiglio per la sicurezza nazionale di rivedere le opzioni.