Iraq, avanza l’orrore: giustiziate centinaia di persone, tra cui detenuti. Kerry va a Baghdad

Peggiora ogni giorno di più la situazione in Iraq, ormai è emergenza umanitaria. E l’orrore avanza: «Centinaia di soldati sono stati decapitati e impiccati a Salahaddin, Ninive, Dilaya, Kirkuk e nelle zone dove si trovano i jihadisti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isis)». Lo riferisce Qassem Atta, portavoce per gli affari di sicurezza del premier iracheno Nuri Al Maliki. Inoltre circa 70 corpi senza vita sono stati ritrovati nelle ultime ore a sud di Baghdad con fori di arma da fuoco al capo. Lo riferisce la tv panaraba al Arabiya, che cita fonti mediche locali. Le fonti affermano che i corpi rinvenuti nei pressi di Hashimiya appartengono a detenuti uccisi da miliziani jihadisti mentre venivano trasferiti da un carcere all’altro nella regione meridionale di Babel. Le informazioni ovviamente non possono essere verificate in maniera indipendente. Anche gli Stati Uniti sono allarmati: il segretario di Stato americano John Kerry è stato ricevuto dal premier Nuri al Maliki a Baghdad. Lo riferiscono i media governativi iracheni. L’incontro è stato organizzato per discutere della proposta americana di dar vita a un governo di Baghdad “inclusivo” e che tenga conto delle istanze di ampi settori della comunità sunnita, ostile allo sciita Maliki e in parti solidale con l’insurrezione in corso da parte di estremisti armati jihadisti. Intanto si apprende che miliziani qaedisti hanno preso il controllo di altri due valichi frontalieri occidentali, uno con la Siria e uno con la Giordania. Lo riferisce la tv panaraba al Arabiya. Da domenica i combattenti dello Stato islamico dell’Iraq controllano il valico di al Walid con la Siria e quello di Turaybil con la Giordania. Le forze governative irachene si sono ritirate dalla città di Rutba, nella parte sud-occidentale della regione di al Anbar. Rutba è di fatto l’ultimo centro abitato prima dei valichi di Walid e Turaybil. I recenti successi della jihad in Iraq potrebbero avere un “effetto incentivo” per i foreign fighters (i combattenti da Paesi Terzi, almeno 2000 quelli Ue) verso il progetto del Califfato: una prospettiva che accresce le preoccupazioni in Ue, dove nove Stati, Italia compresa, hanno creato un gruppo di lavoro per affrontare il fenomeno dei fighters, e il rischio terrorismo rappresentato dal loro ritorno. Ne parla il coordinatore anti-terrorismo Ue Gilles De Kerchove in un’intervista. La situazione è commentata anche da un protagonista del primo intervento in Iraq: Tony Blair torna a difendersi dalle accuse secondo cui l’aver appoggiato nel 2003 gli Stati Uniti nella guerra per deporre Saddam Hussein abbia contribuito a creare la situazione di caos in Iraq che vede l’avanzata delle milizie jihadiste dell’Isis. In un intervento sul Financial Times, l’ex premier britannico sostiene come siano state ben altre le ragioni della crisi attuale. «Non si può ignorare il fatto che l’Isis si sia ricostruito e abbia organizzato l’operazione in Iraq dal caos in Siria – afferma l’ex leader laburista – l’Isis e gli altri gruppi simili ad al Qaeda in Iraq erano stati ampiamente sconfitti quattro anni fa dall’unione di forze Usa, britanniche e tribù sunnite». Blair torna poi a ribadire che è stata la guerra in Siria a permettere a questi gruppi di riprendersi e che il non intervento nel Paese segnato dalla guerra civile è una decisione che ha avuto conseguenze. «In secondo luogo – prosegue Blair – nessuna analisi sul Medio Oriente di oggi ha senso senza esaminare l’impatto della primavera araba, delle rivoluzioni che hanno rovesciato i vecchi regimi».