Il regime rosso del Venezuela sempre peggio: chi si oppone viene torturato

Il regime venezuelano sempre più in crisi. Il gruppo di difesa dei diritti umani Human Rights Watch (Hrw) ha espresso la sua «profonda preoccupazione per la gravissima situazione dei diritti umani in Venezuela, che rappresenta quanto di più allarmante si sia osservato in quel Paese da anni»: la denuncia è contenuta in un rapporto al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (Unhrc). Secondo Hrw, a partire dallo scorso 12 febbraio – quando si sono intensificate le proteste di piazza contro il governo di Nicolas Maduro, nelle quali sono morte 42 persone e altre centinaia sono rimaste ferite – le forze di sicurezza venezuelane «hanno applicato frequentemente la forza illegittima contro manifestanti disarmati e semplici passanti». Questi abusi «fanno parte di una pratica sistematica delle forze di sicurezza», si legge nel rapporto, e includono «colpi brutali, uso di armi da fuoco, pallottole di gomma e gas lacrimogeni in modo indiscriminato contro la folla, nonché spari deliberati e a bruciapelo contro persone disarmate». A questo si aggiungono, sostiene ancora Hrw, azioni contro giornalisti e altre persone che documentavano la repressione, e una tolleranza sistematica riguardo a «bande armate pro-governative che hanno attaccato impunemente i manifestanti, a volte con la collaborazione» delle forze di sicurezza. I detenuti, secondo il gruppo di difesa dei diritti umani, hanno subito «una varietà di abusi gravi che in alcuni casi hanno chiaramente costituito torture». Appena una settimana fa l’ex deputata antichavista Maria Corina Machado è stata interrogata per 7 ore nella sede della Procura di Caracas, dopo essere stata denunciata come parte di una presunta cospirazione per organizzare un colpo di Stato e tentare di uccidere il presidente Maduro. Parlando con la stampa al termine dell’interrogatorio, Machado ha raccontato che «mi è stato indicato ripetutamente che ero sentita come semplice testimone», e dunque non ha avuto diritto né alla presenza di un avvocato, né a conoscere in dettaglio le eventuali imputazioni (peraltro già sbandierate in tv dal potere governativo nei giorni scorsi). «Il mio telefono, la mia posta elettronica e tutte le mie comunicazioni sono intercettate, ma anche così con ho diritto alla più elementare forma di difesa», ha insistito l’esponente dell’opposizione. Due settimane fa, l’Alto comando politico del governo, in una manifestazione trasmessa in diretta tv, ha additato Machado e altri dirigenti politici, giornalisti e imprenditori di aver quali presunti promotori di un tentativo di golpe contro Maduro, esibendo come «prova» frammenti di mail attribuite alla ex deputata. «È evidente ora più che mai che non esiste nessun elemento in base al quale possano imputarmi» ha replicato Machado, bollando i sospetti contro di lei come una macchinazione. Tra l’altro la crisi colpisce tutti, e la cosa colpisce anche le imprese funebri, per le quali l’effetto combinato di scarsità delle materie prime, restrizioni valutarie e aumento della violenza criminale ha prodotto un risultato sconcertante: non si sono più bare disponibili per seppellire i morti. Con poco meno di 25 mila omicidi nell’ultimo anno, il Paese detiene uno dei tassi di morte violenta più alti del mondo. A questo si deve aggiungere che le imprese funebri hanno difficoltà crescenti a reperire i materiali necessari a confezionare i loro “attrezzi del mestiere”, sopratutto se devono rifornirsi sul mercato estero, a causa delle restrizioni valutarie imposte dalle autorità. La caduta della produzione locale di bare -che secondo la stampa potrebbe aver raggiunto il 50%- ha fatto sì che le pompe funebri consiglino di scegliere la cremazione per i defunti: in questo modo la bara viene usata solo per la veglia e può essere poi riciclata per un altro “cliente”.