Ecco il metodo Brentan: così l’ex-sindacalista e uomo del Pd creava fondi neri per le tangenti ai politici

Il metodo per fare “nero” e creare fondi da dare alla politica utilizzato da Piergiorgio Baita, quando era Ad di Mantovani, e nel Consorzio Venezia Nuova di Giovanni Mazzacurati, negli anni ha fatto scuola. A sfruttarlo, e lo racconta lo stesso Baita negli atti sull’inchiesta Mose, anche Lino Brentan, ex-sindacallista e uomo del Pd, quando era Presidente dell’Autostrada Venezia-Padova, l’A4. Brentan è stato condannato proprio per alcune tangenti nella primissima fase dell”inchiesta della guardia di Finanza sulla tangentopoli veneta ma ora è nuovamente ai domiciliari per la terza fase, quella politico-imprenditoriale, scattata lo scorso 4 luglio.
Brentan, racconta Baita, faceva delle gare al massimo ribasso per opere minimali lungo l’autostrada come, ad esempio, il verde per la mitigazione ambientale. Chi vinceva si tirava poi indietro lasciando spazio a chi aveva chiesto di più. Questi poi subappaltava il lavoro a chi avrebbe alla fine dovuto vincere la gara e il disavanzo che si creava fra le due operazioni finiva nelle tasche di Brentan, ex-sindacalista e uomo di fiducia del Pd veneziano.
Brentan nel 2006 prospettò una “provvista” di oltre 2 milioni di euro nel gioco dei disavanzi. I lavori erano stati vinti dalla Sacaim che poi li aveva subappaltati ad un’Associazione temporanea di imprese composta da micro aziende che, secondo gli interrogatori dei protagonisti, avevano sborsato il denaro consci che questo sarebbe finito a Brentan e ritenendosi, per questo, concusse. La società autostradale non esiste più, oggi è entrata nella Cav che gestisce il Passante di Mestre.
Di fatto, comunque, c’è un giro vorticoso di società chiamate in causa per la creazione di fondi “neri” e tanti foglietti su operazioni di versamento di migliaia di euro in banche mezza Europa nelle carte della procura della Repubblica di Venezia che sta indagando sul Mose. Società, a dare credito alle dichiarazioni fatte da alcuni imputati, che attraverso un giro di false fatturazioni permettevano l’accantonamento di denaro. Emblematici a tale proposito, gli interrogatori resi da Nicolò Buson, allora responsabile finanziario della Mantovani guidata da Piergiorgio Baita, facendo riferimento a uomini di fiducia della stesso Baita: «Le somme che venivano corrisposte ai politici locali – dice Buson a verbale il 10 aprile dello scorso anno – erano frutto di sovrafatturazioni provenienti dalle società riconducibili al Marazzi e al Voltazza, di rientri di false fatturazioni fatte al Colombelli a San Marino e infine dei guadagni, depositati in conti svizzeri, provenienti dalla intermediazione e vendita nei servizi di trasporto e fornitura dei sassi di annegamento». Poi le società create da lui e Baita per il trasporto e l’acquisto dei sassi dalla Croazia e il giro di conti in mezza Europa.
Buson indica l’aggio, attorno al 20 per cento, che si pagava per quelle operazioni che producevano fondi per qualche milione.
Sulle false fatturazioni, Mirco Voltazza dice di aver visto una volta, nel 2012, sul telefonino di Baita «il numero di un conto svizzero su cui doveva essere trasferita una partita di circa 500mila euro, frutto delle false fatturazioni del Marazzi». In una perquisizione in casa Baita, utile per incrociare i dati emersi dalle indagini e per i successivi interrogatori, vengono trovati all’interno dell’auto aziendale da lui utilizzata dei foglietti manoscritti, all’interno di una cartellina verde, riportanti riferimenti ad operazioni e al versamento in Svizzera di “fondi neri”.