È il doppiopesismo la malattia senile della stampa al tempo di Renzi

Chiediamoci per un attimo, solo per un attimo, che cosa sarebbe accaduto se – e sottolineo se – il pasticciaccio brutto del decreto sulla Pubblica Amministrazione, da oltre dieci giorni all’esame del Quirinale, non recasse la firma di Matteo Renzi bensì quella di Silvio Berlusconi. È immaginabile, per prima cosa, che dalla presidenza della Repubblica sarebbero trapelate reazioni sicuramente meno indulgenti e più comprensive verso il premier di quelle che solitamente accoglievano i provvedimenti del governo del Cavaliere. E, come secondo effetto, certamente i giornali non sarebbero così prodighi di circostanze attenuanti per spiegare, anzi giustificare, una tecnica legislativa da maniscalchi che nello stesso testo – ufficialmente rubricato come “decreto recante norme di legge per l’introduzione di misure urgenti per la semplificazione e la crescita del Paese” – trova appaiati pubblico impiego e mozzarella di bufala, energia da fonti rinnovabili e patologie croniche, formazione professionale e magistratura, rilancio del settore vitivinicolo e lotta alla corruzione.

Ma tant’è: l’illusione della velocità veicolata da Renzi sta abbagliando un po’ tutti a discapito di una qualità legislativa – mai eccelsa, per la verità, – ma neppure mai approdata a tanta faciloneria travestita da necessità ed urgenza. Il testo giunto al Quirinale non è corredato di relazioni tecniche. È persino privo degli indici. In più è disomogeneo per materie e per oggetto. Quanto al testo, è una fisarmonica normativa che si allarga in 82 articoli disseminati lungo 71c pagine. In poche parole: un decreto monstre come difficilmente si era mai visto prima d’ora. Come inedita e sorprendente appare la reazione, tutta improntata a delikatessen e a miti consigli, di istituzioni, partiti e stampa.

Ma quello del decreto sulla Pubblica Amministrazione non è l’unica cartina di tornasole capace di svelare la corrispondenza di amorosi sensi tra governo e media. C’è il ricorso ai voti di fiducia, che comincia a diventare abbondante come il rancio delle caserme senza che nessuno lo evidenzi, e c’è soprattutto la pantomima di scena al Senato sul tema dell’immunità parlamentare. Il ministro Maria Elena Boschi sembra Alice nel paese delle meraviglie: tratta per conto del governo, ma a sua insaputa. Immaginate la Carfagna o la Prestigiacomo al suo posto? Quali e quante offese sarebbero state costrette ad ingoiare sotto forma di satira. La Boschi, invece, non paga dazio: dichiara di non sapere nulla dell’emendamento presentato dai relatori Finocchiaro e Calderoli e Renzi la soccorre azzardando che il tema delle guarentigie per i nuovi senatori “non è centrale”. Sarà pure, ma allora ci dovrebbe spiegare perché proprio su questa punzillacchera si sta accapigliando l’intero Parlamento, compresi i dissidenti del Pd. Insomma, tutto va bene madama la marchesa. Come prima, più di prima, quando l’ottimismo di facciata era il vessillo del Cavaliere. L’unica differenza è che a lui, però, non veniva perdonato.