Colpo di scena nel giallo sulla morte di Uva: il pm scagiona gli agenti dall’accusa di omicidio. Resta l’abuso di potere

Morì il 14 giugno 2008 dopo essere stato trattenuto per due ore e mezzo all’interno di una caserma dei carabinieri a Varese. Per la morte di Giuseppe Uva, artigiano di 43 anni, lo Stato si dichiara non colpevole. E, soprattutto, chiede il proscioglimento dall’accusa di omicidio preterintenzionale e di altri reati di sei poliziotti e di un carabiniere imputati per la sua morte. Lo chiede – ed è questo che più colpisce – il procuratore facente funzione di Varese, Felice Isnardi, cioè colui che aveva rimosso dall’inchiesta i pm Agostino Abate e Sara Ardunini si era autoassegnato il fascicolo sostenendo che il capo di imputazione formulato dai due pm richiesta di fissazione dell’udienza preliminare non aveva «rispettato le prescrizioni imposte dall’ordinanza del gip» e che manifestava «profili di illogicità e contrarietà rispetto al titolo dei reati ipotizzati» tali da non consentire il processo.
E’ l’ultimo, incredibile e inatteso colpo di scena in una vicenda che, comunque vada, non fa onore allo Stato. In mezzo c’è di tutto. Perfino il processo, fra quattro giorni, alla sorella della vittima accusata di diffamazione delle forze dell’ordine. Una vicenda che ricalca drammaticamente quella di altre persone morte in circostanze simili: Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Michele Ferulli. Tutti e quattro morti dopo essere stati fermati dalle forze dell’ordine.
Uva venne fermato dai carabinieri a Varese la notte tra il 13 e il 14 giugno 2008 assieme all’amico Alberto Biggioggero. Secondo i carabinieri che intervennero i due, ubriachi, stavano chiudendo una strada con alcune transenne. Portati in caserma vennero divisi: Uva venne interrogato in una stanza mentre l’amico attendeva in un altro locale il suo turno. Fu proprio lui a chiamare, di nascosto, l’ambulanza del 118 perché, disse, si sentivano le urla di Giuseppe, urla che Biggioggero interpreto come le conseguenze di un pestaggio.
Soccorso dal personale sanitario, l’artigiano fu portato nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Varese alle 5,45 del mattino, dopo aver trascorso due ore e mezzo nella caserma dell’Arma, quindi in custodia dei carabinieri. Sopravvisse, con il corpo martoriato, per altre 5 ore. E alle 10,30 di quella stessa mattina spirò. Immediata partì la denuncia da parte della famiglia. C’erano molti particolari incongruenti che andavano chiariti. La famiglia denunciò subito quelle che sembravano lesioni provocate da violente percosse. I carabinieri sostennero, invece, che fossero la conseguenza di atti di autolesionismo che l’artigiano si era inflitto. Tra l’altro l’uomo indossava un pannolino sporco di sangue e dei suoi slip non c’era traccia. Addirittura dopo la riesumazione del cadavere si parlò di un abuso sessuale.
Indagati finirono prima tre medici: Matteo Catenazzi, Enrica Finazzi e Carlo Fraticelli. Catenazzi era il medico che intervenne per primo, nella caserma dei carabinieri. La dottoressa Finazzi parlò per un’ora con l’artigiano: fu a lei che l’uomo raccontò di essere stato picchiato dai carabinieri. Lo psichiatra Carlo Fraticelli venne accusato di aver somministrato a Uva un farmaco sbagliato. Matteo Catenazzi venne prosciolto una prima volta nel 2010 ma la Procura presentò ricorso per Cassazione. Successivamente nell’aprile del 2013 sia Matteo Catenazzi, sia la dottoressa Enrica Finazzi sono stati prosciolti dal gup. Carlo Fraticelli, invece, era già stato assolto un anno prima, nell’aprile del 2012.
La decisione di oggi del procuratore Isnardi di sollecitare il proscioglimento dall’accusa di omicidio preterintenzionale e altri reati dei carabinieri e dei poliziotti imputati per la morte di Giuseppe Uva e, al contempo, di chiedere il rinvio a giudizio con l’accusa di abuso di potere nei confronti degli arrestati, un reato questo, che, però, a detta dei difensori, per il pm ««non ha alcuna attinenza con l’evento morte», segna l’ennesima stranezza di una vicenda davvero incredibile.
«E’ una cosa inaspettata e per me non se lo aspettavano neanche gli imputati, ma si tratta delle richieste del pm e confidiamo nella decisione del giudice», dice attonito il legale della famiglia Uva. E la sorella dell’artigiano, che fra quattro gironi sarà processata per diffamazione delle forze dell’ordine, è impietrita e visibilmente scossa. Per il 13 giugno, giorno dell’udienza per diffamazione, ha chiesto il processo immediato. Mentre proseguirà il prossimo 30 giugno l’udienza preliminare per i sei poliziotti e il carabiniere per i quali oggi il procuratore Isnardi ha chiesto il proscioglimento dall’accusa di omicidio preterintenzionale. Quale che sia la decisione del giudice, comunque, un processo in Corte d’Assise ci sarà: un altro carabiniere imputato le settimane scorse, ha chiesto il giudizio immediato, ovvero andare subito al dibattimento senza passare per l’udienza preliminare.