Cina, tensione e arresti preventivi aspettando i 25 anni del massacri di piazza Tienanmen

Da Jan Palach all'”insorto sconosciuto”: così i media hanno infatti ribattezzato il giovane cinese che quasi 25 anni fa si parò disarmato davanti ai carri armati del regime a piazza Tienanmen. Così come, altri vent’anni prima, i giovani cecoslovacchi fermarono per le strade di Praga i carri armati dell’Unione Sovietica venuti a reprimere nel sangue la Primavera di Praga. Massicce manifestazioni anti-governative (a Hong Kong) e un’ondata di arresti senza precedenti (a Pechino e in altre città cinesi) hanno purtroppo caratterizzato la vigilia del 25° anniversario del massacro di piazza Tiananmen, avvenuto il 4 giugno del 1989. Nella capitale severe misure di sicurezza hanno costretto a lunghe file davanti ai metal detector migliaia di cittadini e, attraverso la rete del Partito Comunista, ben 800mila membri dei comitati di quartiere sono stati chiamati a rafforzare la vigilanza affiancando i centomila agenti attivi nella metropoli. Posti di blocco sono stati istituiti in 192 “punti sensibili” della rete di autostrade che circonda la capitale. Ad Hong Kong, una Speciale Regione Amministrativa alla quale è stata promessa da Pechino una democrazia piena, gli organizzatori attendono 150mila partecipanti alla tradizionale veglia notturna del 4 giugno. In un anticipo di quell’evento, domenica 1° giugno tremila persone hanno preso parte a una manifestazione contro Pechino nonostante fosse stata convocata alle tre del pomeriggio di una domenica afosa nella quale i termometri hanno fatto segnare i 35 gradi con il 90% di umidità. Secondo le autorità, le eccezionali misure di sicurezza sono motivate dal crescendo di attentati di terroristi musulmani provenienti dallo Xinjiang, l’instabile regione del nordovest abitata dalla minoranza ribelle degli uighuri. Ma gli attivisti, tra cui l’avvocato democratico Teng Biao, auto-esiliato a Hong Kong, affermano che si tratta del livello di repressione più alto degli ultimi decenni. Tra gli altri sono finiti in prigione l’avvocato Pu Zhiqiang, l’accademico Xu Youyu e la fondatrice delle “Madri di piazza Tiananmen” Ding Zilin. Per la prima volta è stata arrestata l’assistente cinese di un giornalista straniero, Xin Jian, accusata di aver aiutato il suo datore di lavoro – un reporter del giornale finanziario giapponese Nikkei – a ottenere interviste con personaggi critici del regime. Google, il gigante informatico americano che già in passato è stato ai ferri corti con il gruppo dirigente di Pechino per aver rifiutato di sottoporsi ai dettami della censura, sta funzionando a singhiozzo in diverse zone del Paese, inclusa Pechino. Il Foreign Correspondent Club of China ha denunciato le “intimidazioni” subite da giornalisti stranieri e dai loro collaboratori locali nelle ultime settimane. Jerome A.Cohen, ritenuto il maggior esperto mondiale sul sistema legale cinese, ha scritto in un articolo diffuso in queste ore a Hong Kong: «Negli ultimi anni, nonostante l’impressionate sviluppo economico della Cina, la situazione dei diritti umani e civili si è deteriorata in modo significativo, e le prospettive per il futuro non sono brillanti». In un recente discorso alla City University di Hong Kong, il professore di storia e cultura cinese Perry Link – bandito dalla Cina per aver partecipato alla pubblicazione delle Tiananmen Papers, un libro di importanza fondamentale per la comprensione della genesi e delle conseguenze del massacro – ha sostenuto che l’intervento dell’esercito contro gli studenti che avevano occupato la piazza fu «deciso a freddo per riaffermare la supremazia del Partito Comunista Cinese».