Cina, la mannaia comunista sugli indipendentisti uiguri: 113 condanne (di cui quattro ergastoli)

Pechino torna a calare la mannaia giudiziaria filo-regime: secondo un sito del governo regionale, i tribunali della Regione Autonoma del Xinjiang, nel nordovest della Cina, hanno condannato 113 persone a severe pene detentive, quattro delle quali culminate nell’ergastolo. L’accusa, neanche a dirlo, è di terrorismo: gli imputati, dai nomi diffusi dal sito, sembrano appartenere tutti alla minoranza etnica degli uiguri, turcofoni e musulmani, che vivono nella regione e che dal 2009 sono in rivolta contro il governo centrale. Gli imputati da parte loro, rei di essere dissidenti del regime – e dunque colpevoli di terrorismo – accusano la maggioranza etnica dei cinesi han di lasciarli ai margini dello sviluppo economico e di voler cancellare la loro cultura: dunque sono forse più degli indipendentisti disorganici al regime di Pechino che dei terroristi antigovernativi; ma la strategia punitiva messa in atto dalle autorità cinesi è quella utilizzata contro l’eversione più dura, elevata al cubo per le proporzioni in campo: punirne cento (anzi 113) per educarne mille. E allora, come avvenuto più volte negli ultimi mesi, le condanne sono state annunciate in pubblico nella città di Kashgar (modello gogna d’altri tempi) vicina ai confini con il Pakistan. Alcuni degli imputati sono stati condannati per «aver guardato dei video terroristi», altri per aver «organizzato sedute di addestramento» per aspiranti estremisti.

Non solo: negli ultimi mesi, in seguito a una serie di sanguinosi attentati avvenuti anche fuori dalla regione, sono stati celebrati nel Xinjiang centinaia di processi contro supposti terroristi uiguri. Tra l’altro, di recente sono state emesse almeno 15 condanne alla pena di morte. E allora per esempio, solo un mese fa, alla fine di maggio, altre cinquantacinque persone sono state giudicate colpevoli di omicidio, separatismo e terrorismo, sempre dall’Alta Corte dello Xinjiang, nel corso di un’udienza tenuta all’interno di uno stadio e di fronte a settemila residenti e funzionari locali (a proposito di dimostrazioni punitive a futura memoria). E ancora: i verdetti di colpevolezza in quella circostanza rimandavano a dettagli sulle accuse scarni e poco chiari, con un’unica certezza ad accomunarli: tutti i 55 imputati sembravano appartenere all’etnia musulmana uigura. Il gruppo etnico nel mirino delle autorità cinesi, del resto, ha legato il suo nome a diversi degli ultimi violenti attacchi nello Xinjiang, finendo al centro di arresti e condanne per diversi capi d’accusa, fra cui, guarda caso, quella di separatismo. Un’imputazione facile a offrire il fianco a diverse declinazioni penali, dalla condanna minima all’ergastolo: istituzionalizzando, nel codice repressivo di Pechino, l’omologazione tra la causa indipendentista e l’accusa di terrorismo, complotto antigovernativo e complicità con diverse organizzazioni criminali.