A undici anni dall’intervento Usa è caos in Iraq: 500mila civili in fuga da Mossul controllata da Al Qaida

Undici anni dopo l’intervento anglo-americano e la fine del regime di Saddam Hussein, l’Iraq appare sempre più sull’orlo del precipizio. Mossul, la seconda città più grande del Paese, è caduta nelle mani dei miliziani jihadisti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis), che si ispira ad Al Qaida. Cinquecentomila civili sono in fuga. Gli insorti sono poi avanzati verso sud-est, in alcuni settori della provincia di Kirkuk, a sud, entrando nella provincia di Salahuddin. Il primo ministro Nuri al Maliki ha chiesto al Parlamento di dichiarare lo stato d’emergenza in tutto il Paese e ha fatto appello alle Nazioni Unite, la Lega Araba e l’Unione Europea perché aiutino il suo governo nella guerra “contro il terrore”. La portavoce del Dipartimento di Stato americano, Jennifer Psaki, ha detto che l’Isis, che combatte anche in Siria, “rappresenta una minaccia per la stabilità dell’Iraq, ma anche per quella dell’intera regione”. Maliki ha citato un comunicato del Consiglio dei ministri che chiama tutti i cittadini a “prendere le armi” per opporsi all’avanzata dei jihadisti nel nord. Secondo fonti della sicurezza, anche due battaglioni di Peshmerga, le forze armate della regione autonoma del Kurdistan, sono stati schierati con l’autorizzazione del premier nel distretto di Hawija, a sud-ovet di Kirkuk, per cooperare con le forze governative.

L’attacco jihadista è arrivato dopo una escalation di violenze cominciata all’inizio dell’anno, quando l’Isis e altri gruppi di ribelli sunniti che si oppongono al primo ministro sciita si sono impadroniti della città di Falluja, 60 chilometri a ovest di Baghdad, dove sono ancora assediati dall’esercito. La settimana scorsa, invece, insorti dell’Isis erano penetrati a Samarra, una delle città simbolo degli sciiti, prendendo il controllo per diverse ore di cinque quartieri e si erano ritirati dopo scontri con le forze di sicurezza che avevano provocato 17 morti e 45 feriti. A partire da gennaio sono state oltre 4.000 le vittime di attentati e attacchi armati e nel Paese si teme un ritorno della guerra interconfessionale aperta tra sunniti e sciiti che tra il 2006 e il 2007 provocò decine di migliaia di morti. A stupire è stata anche la facilità con cui gli insorti si sono impadroniti di Mossul e di gran parte della provincia settentrionale di Ninive, di cui la città è capoluogo. Tanto che Maliki ha affermato che saranno prese misure punitive contro “tutti coloro che non hanno agito, o sono fuggiti”. I ribelli hanno preso il controllo della sede del governatore, di due televisioni satellitari, dell’aeroporto e delle prigioni di Badush, Tasfirat e del centro di detenzione dell’antiterrorismo sulla Piazza Tayran. Circa 3000 detenuti sono stati fatti fuggire.