A Pompei il sindaco di centrosinistra nomina come assessore il pm del processo Tortora

Era l’alba del 17 giugno 1983 quando Enzo Tortora, uno dei conduttori televisivi più popolari in Italia, venne arrestato con l’accusa di associazione per delinquere di stampo camorristico da parte della Procura di Napoli. Proprio nell’anniversario di quel clamoroso abbaglio, Diego Marmo, il pm dell’accusa di quel processo, è stato nominato assessore alla Legalità e alla Sicurezza del Comune di Pompei. Marmo, oggi in pensione dopo una lunga carriera in magistratura (era stato anche procuratore aggiunto di Napoli, prima di assumere la guida della Procura di Torre Annunziata), è stato uno dei nomi a sorpresa nella squadra di assessori presentata dal neo sindaco di centrosinistra Nando Uliano. A Marmo vanno anche le deleghe alla Difesa del patrimonio archeologico e ambientale, cruciali in una realtà come quella di Pompei. Proprio la scelta dell’ex pm del processo Tortora ha colpito i cronisti più anziani, che ancora ricordano le schermaglie dialettiche in aula tra il pm e la difesa del presentatore televisivo. Secondo le accuse raccolte all’epoca da Marmo, Enzo Tortora era «un mercante di morte» e anche la sua successiva elezione a parlamentare europeo con le liste dei Radicali era stata ottenuta «grazie ai voti della camorra». Bizzarra coincidenza vuole che la nomina del magistrato sia arrivata lo stesso giorno dell’arresto di Tortora. L’accusa, di quella inchiesta, passata alla storia come emblema della malagiustizia italiana, si basava su dichiarazioni di due camorristi pentiti (risultati inattendibili) e su prove cadute una alla volta. Clamoroso fu l’abbaglio sul nome di Tortora, trovato scritto a penna sull’agendina di un camorrista. Secondo l’accusa era il nome del presentatore con a fianco il suo numero di telefono. Solo dietro una verifica della difesa risultò che l’intestatario era invece un certo Tortona. Nessuno si era mai premurato di comporre quel numero scritto sull’agendina. Enzo Tortora, condannato in primo grado a dieci anni di carcere, venne poi assolto in appello con formula piena.