Tutti contro il capo ultrà. Ma senza “Genny la carogna” come sarebbe andata a finire?

Non c’è dubbio che la foto di Genny ‘a carogna, ormai arcinoto ultrà del Napoli con le braccia levate in segno di via libera all’incontro Napoli-Fiorentina, abbia colpito l’immaginario al punto da diventare un simbolo. Per molti addirittura il simbolo dello Stato che si è piegato alla camorra, o comunque alla curva violenta. È l’icona negativa che cancella Schettino, e lo sostitusice, sempre nel male, di peggio in peggio. Chi comanda in questo Paese? Il premier Renzi che rimane in tribuna come un qualunque, impotente spettatore oppure Genny la carogna con addosso una maglietta che inneggia all’assassino di un poliziotto? A restituire i contorni tragici di un’Italia vittima di cosche imbattibili ci si mettono anche le testate estere (mai tenere verso il Bel Paese, in verità) che sottolineano ironiche che le finali di calcio, qui da noi, vengono disputate sotto l’accorta regia del figlio di un camorrista. Questo racconto ha sicuramente un fondamento, così come è altrettanto sicuro che piaccia così tanto perché tra venti giorni si vota e il tema della sicurezza è sempre bandiera gradita ai politici. Non a caso Grillo non ha risparmiato una delle sue iperboli più forti: “La carogna sarà invitato al Nazareno per trattare una legge sugli stadi. La Repubblica è morta”. Il premier per par condicio, dopo aver telefonato alla madre di Federico Aldrovandi (giustamente ferita dagli applausi del Sap agli assassini di suo figlio), ha chiamato anche la vedova Raciti. Iniziative che sono apparse segnale inequivocabile dell’impotenza dello Stato dinanzi a poteri che si comportano con totale autonomia dalla sovranità pubblica (la polizia che eccede, gli ultrà che dominano il territorio degli stadi). Roberto Saviano non ha mancato di imbastire la sua predica sulle curve in mano ai criminali. In pratica, un’esagerazione dopo l’altra, in un crescendo di sfiducia  e indignazione che ha sommerso ogni istituzione. In modo che questa Coppa Italia davvero è diventata la metafora dell’impossibilità di festeggiare alcunché, perché tutto è ormai marcio, decaduto, inquinato, corrotto e fuori dalle regole.

Un coro da cui è bene astrarsi per stabilire alcuni punti fermi. La trattativa è esistita davvero? Il capitano azzurro Marek Hamsik che si reca dai suoi tifosi per spiegare le condizioni del ragazzo ferito è lo Stato? No. Però è accompagnato da responsabili della Digos che a loro volta devono informare costantemente la questura (e guai se non l’avessero fatto). Gli stessi, secondo i retroscena fin qui ricostruiti, che assistono all’incontro tra i capi ultrà del Napoli e della Fiorentina per stabilire le condizioni del tifo durante la partita. In più, Gennaro De Tommaso detto Genny ha voluto sapere quali erano le reali condizioni del tifoso del Napoli ferito, Ciro Esposito, e quale ruolo aveva avuto la polizia. Se così sono andate le cose, il termine trattativa appare del tutto spropositato e il ruolo del capo ultrà Genny si ridimensiona: in fondo ha contribuito a tenere calmi dieci-quindicimila tifosi scalmanati. Chi si indigna e protesta dovrebbe tener conto di che cosa sarebbe potuto accadere lasciando la città in preda agli umori degli ultrà senza una Coppa da assegnare, con un tifoso del Napoli moribondo e altri due in ospedele e considerando la storica rivalità tra il tifo azzurro e quello giallorosso. Non a caso il prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro ha in proposito ribadito che una sospensione della partita (chiesta dai tifosi del Napoli) non è mai stata ipotizzata e che non è mai stata oggetto di trattativa.

L’impressione è dunque che il presunto “scandalo trattativa” venga utilizzato per scopi che vanno ben al di là della pericolosità sociale, vera o presunta, di Genny la carogna: riabilitazione degli agenti di polizia colpiti da polemiche recenti sugli eccessi delle divise e degli applausi del Sap, la campagna elettorale dei grillini in cerca di appigli per colpire Renzi, l’invocazione di provvedimenti che tardano ad arrivare sulle malefatte dei tifosi violenti. Quest’ultimo è un punto cruciale: è vero che esistono connivenze tra malavita e tifo organizzato in curva (e ciò vale per Napoli ma anche, ad esempio, per Bari e Catania) e ciò avviene però se le società danno un taglio troppo permissivo ai loro rapporti con i capi ultrà, dando loro un potere effettivo legato non solo alla vendita di parte dei biglietti ma soprattutto alla gestione del merchandising. L’ostilità degli irriducibili della Lazio nei confronti del presidente della squadra, Claudio Lotito, nasce ad esempio anche dal fatto che quest’ultimo ha tagliato i rapporti commerciali con gli ultrà biancocelesti. Anche la maglietta con la scritta “Speziale libero” non dovrebbe rappresentare una novità (tra l’altro è noto che la curva A del San Paolo, di cui Genny è capo indiscusso, ha rapporti di amicizia con gli ultrà catanesi): da sempre il tifo più esaltato e duro considera in blocco i poliziotti come nemici e solidarizza con i tifosi arrestati o sotto processo. In occasione del ritorno in seria A del Palermo, la componente del tifo rosanero più oltranzista ha esposto in piazza Politeama uno striscione inequivocabile: “La nostra serie A? ‘U Sconsarazza in libertà”. Dove “Sconsarazza” è il soprannome di un tipo arrestato a Lecce perché ha fatto irruzione sul campo da gioco prendendo a cinghiate gli agenti. Genny-Gennaro è solo l’elemento più rappresentativo di un fenomeno che tutti conoscono il quale si è trovato suo malgrado sotto i riflettori in un momento di altissima tensione e ha contribuito, a modo suo, a fare la sua parte. È stato un pacificatore e non un incendiario. Di fatto ha collaborato con le forze dell’ordine e non ha scatenato disordini. Così è andata, al di là delle speculazioni interessate.