Steve Jobs? Un genio. Ma secondo il New York Times “se fosse vivo, oggi sarebbe in carcere…”

È stato un genio, un innovatore visionario, il Leonardo da Vinci del XXI secolo. E, come la maggior parte dei geni, vedeva il mondo a modo suo. Da una prospettiva diversa, certo. Comunque non comune. Ovvio che le regole, intese come scansione regolare del quotidiano, gli andassero un po’ strette. Per volare alto bisogna vedere quello che gli altri non vedono. E per vedere quello che gli altri non vedono è necessario osare dove gli altri non si spingono. A volte, bisogna infrangerle le regole.
Steven Paul Jobs, il ragazzo visionario che a 21 anni vendette il suo pulmino Volkswagen per finanziare, assieme all’amico Steve Wozniak, la nascita di Apple Computer nel garage dei genitori adottivi a Los Altos in California, vedeva le regole come limite. E certamente ne soffrì quando, uscito da Apple, in seguito allo scontro con John Sculley, l’Ad che lui stesso aveva scelto per guidare l’azienda della Mela, tentò di ripartire da zero con la NeXT Computer ma dovette chinare la testa di fronte alle regole che gli mise davanti la sua ex-azienda: dovette sottoscrivere un accordo che gli imponeva di non assumere personale proveniente dalla Apple.
Sembrano tempi lontanissimi, la preistoria dell’Iphone e dell’Ipad. Eppure ora che si scopre – a due anni e mezzo dalla morte del fondatore di Apple – che l’azienda di Cupertino aveva stretto un patto con gli altri colossi della Silicon Valley per non rubarsi i dipendenti a vicenda mantenendo così “calmierati” gli stipendi, il pensiero non può che tornare lì, quando Jobs fu costretto, obtorto collo, ad accettare il “ricatto” dell’azienda che lui stesso aveva fondato assieme a Wozniak. Chissà se in quel momento, mettendo la sua firma in calce al documento che avrebbe appresentato il cemento di un solido cartello economico, il patto segreto fra i big dell’elettronica per tutelare i bilanci dal gioco al rialzo sugli stipendi dei dipendenti, Jobs pensò quando toccò a lui, anni prima, sottostare.
E probabilmente ha ragione il biografo del fondatore della Apple, Walter Isaacson quando scrive: «Steve ha sempre ritenuto che le regole che si applicano alla gente comune non avrebbero dovuto applicarsi a lui. Questo era la sua genialità ma anche la sua originalità. Riteneva di poter sfidare le regole della fisica e distorcere la realtà e questo gli ha consentito di fare cose fantastiche ma anche di spingersi oltre». Genio e sregolatezza, Visione e follia. Ma anche, appunto, sofferenza delle regole.
Sostiene, dalle colonne del prestigioso New York Times, Herbert Hovenkamp, professore al College of Law dell’Università dell’Iowa: Jobs «era una violazione ambulante delle norme antitrust» e se fosse stato vivo avrebbe rischiato la galera. Un attacco a testa bassa. Perdipiù portato da un’icona del giornalismo come il Nyt. Che sotto la testatina “Common Sense“, ovvero Buonsenso, apre così, con una domanda provocatoria, l’articolo che inizia subito sotto una foto del guru di Apple nella sua mise più classica, il girocollo nero: «Se Steve Jobs fosse vivo oggi, avrebbe dovuto essere in galera?». La conclusione dell’editorialista del Nyt, James B. Stewart, è che sì, l’uomo che guardava oltre le regole, il visionario eclettico, il mago dei sogni, sarebbe dovuto stare dietro le sbarre.
In realtà la questione è molto più generale e non è solo legata alla vicenda del cartello economico per non rubarsi i dipendenti. L’editorialista del Nyt ha buon gioco ad estrarre, dalla storia aziendale di Apple e dalla biografia del suo fondatore, una dopo l’altra, le “perle” di comportamenti non proprio specchiati. Tutto per dimostrare che tanto Steve Jobs quanto Apple avevano una certa dimestichezza con la violazione sistematica delle regole. James B. Stewart ricorda così, ad esempio, l’accordo di Apple con gli editori per perimetrare lo strapotere di Amazon sugli Ebook, come anche lo scandalo della retrodatazione delle opzioni dei manager per elevarne il loro valore. Violazioni delle regole sistematiche. O meglio, aggiramenti delle norme. Non per niente Jobs circolava normalmente con una Mercedes SL55 AMG senza targa, poiché sfruttava una legge della California che permette ai proprietari di nuovi veicoli di circolare senza, per un massimo di sei mesi, nell’attesa di riceverla e montarla. D’accordo con la società di leasing, Jobs prendeva una SL nuova ogni sei mesi. E così non metteva mai la targa all’auto. Genio e sregolatezza, appunto.