Scajola, dalle intercettazioni il tentativo di ricatto. E Forza Italia lo lasciò fuori dalle liste

Al giudice francese di Aix en Provence che la interrogava dopo il suo arresto di ieri all’aeroporto di Nizza su mandato di cattura internazionale nell’ambito dell’inchiesta della Dda calabrese denominata “breakfast”, ha chiesto di tornare in Italia. Chiara Rizzo, moglie dell’ex-parlamentare Amedeo Matacena, ora latitante a Dubai, conoscerà tuttavia la sua sorte solo mercoledì quando si terrà l’udienza per l’estradizione . Nell’attesa la moglie di Amedeo Matacena è stata trasferita al carcere di Marsiglia.
L’udienza di oggi è stata essenzialmente interlocutoria e, per espresso divieto dei magistrati italiani, non vi hanno potuto partecipare i legali italiani della donna in osservanza alle disposizioni del giudice di Reggio Calabria che ha loro vietato di incontrare l’assistita per cinque giorni. Per questo Chiara Rizzo è stata assistita in aula dall’avvocato francese Geraldine Flori, mentre gli avvocati Bonaventura Candido e Carlo Biondi, hanno atteso fuori dall’aula. Quel che è certo è che, al momento, i giudici francesi non avrebbero ancora ricevuto la richiesta di estradizione, né i documenti necessari per la decisione.
Continuano intanto a emergere stralci di intercettazioni che sono alla base dei provvedimenti di custodia cautelare e che riguardano le relazioni fra i vari personaggi coinvolti nella vicenda.
Dai tabulati emerge uno spaccato di ricatti che, per esempio, l’ex-ministro Claudio Scajola, andava paventando nelle more delle decisioni sulla formazione delle liste di Forza Italia da cui, poi, sarebbe stato escluso.
In una delle intercettazioni catturata dalla Dia, nel corso di un colloquio fra Scajola e la moglie, si sente l’ex-titolare del Viminale dire: «Ho bisogno di sapere se mi rispettano altrimenti è guerra aperta».
Siamo nel periodo in cui si va decidendo chi sarà nelle liste di Forza Italia e chi no e quelle parole del politico ligure finiranno nell’ordinanza di custodia cautelare emessa a suo carico dal gip di Reggio Calabria e verranno quindi riportate nella parte in cui il gip analizza la richiesta fatta dalla Dda reggina di contestare l’aggravante mafiosa agli arrestati, richiesta poi respinta dal giudice.
Nella telefonata, del 2 aprile 2014, è scritto nell’ordinanza, Scajola chiama la moglie «e le racconta l’incontro con Confalonieri e Letta con i quali si è lamentato della situazione che si è sviluppata e li ha minacciati che, se non si risolve il problema, fa scoppiare un casino indimenticabile. Claudio non ha bisogno di persone che lo raccomandano, ha bisogno di sapere se lo rispettano altrimenti è guerra aperta». Un atteggiamento prepotente e arrogante che non fa arretrare d’un passo né Berlusconi, né Letta, né Confalonieri.
La telefonata viene ora inserita negli atti a supporto della convinzione della Dda dell’interesse di Scajola ad ottenere una candidatura alle europee. Un interesse che secondo i pm della Dda reggina sarebbe stato funzionale anche alla scelta di Amedeo Matacena che, secondo l’accusa, per procurarsi «una sorta di continuità» in favore della ‘ndrangheta avrebbe individuato «l’interlocutore politico destinato ad operare su sua indicazione in Scajola».
Ma Scajola, decide Berlusconi, resterà fuori dalle liste, così come, ha ricordato ieri il leader di Forza Italia, Nicola Cosentino. Il leader di Forza Italia, tuttavia, non ha mancato, ieri, di parlare di Scajola sostenendo che l’ex-ministro «è in carcere perché ha aiutato un amico latitante in difficoltà come chiesto dalla moglie. Io non ricordo questo Matacena, forse è stato nel ’94 per un po’ un nostro parlamentare. Si sta esagerando: basti pensare che sono delle persone, la metà, che sono messe in carcere ma che alla fine dei processi alla fine sono innocenti. Questo dovrebbe farci pensare quando uno è accusato ingiustamente».
Sul fronte delle indagini, nell’attesa che dopodomani venga sentito a Roma anche Claudio Scajola – i magistrati si stanno studiando in queste ore migliaia di documenti, tutte le decine di faldoni sequestrati durante le perquisizioni – si è acceso un piccolo giallo. La magistratura sostiene, infatti, che parte dei pagamenti in favore di Amedeo Matacena, latitante a Dubai, avvenivano attraverso un conto corrente aperto presso la tesoreria della Camera dei deputati. Almeno questo è quanto emerge dalla sintesi di una telefonata intercettata il 5 febbraio scorso tra la moglie di Matacena, Chiara Rizzo, e l’ex-ministro.

Ma dalla Camera dei Deputati hanno subito reagito a questa indiscrezione sostenendo che non c’è alcun conto corrente «gestito dalla Tesoreria della Camera che sia intestato a singoli deputati o ex-deputati. I conti bancari della Tesoreria, aggiungono, sono utilizzati esclusivamente per l’attività istituzionale, sono intestati alla Camera dei deputati medesima e sono utilizzati esclusivamente per la regolazione di partite contabili connesse all’attività istituzionale di quest’ultima».
Il prossimo passo dei magistrati sarà quello di identificare tutti coloro, «alcuni collegati anche ad apparati istituzionali» che ruotavano attorno a Claudio Scajola, ad Amedeo Matacena e alla moglie di quest’ultimo, Chiara Rizzo, e che, secondo l’accusa, facevano parte di quell’associazione segreta collegata alla ‘ndrangheta che ha operato per proteggere lo stesso Matacena, «uno dei più potenti ed influenti concorrenti esterni della ‘ndrangheta reggina», scrivono i magistrati.
Un lavoro di identificazione per il quale potrebbero rivelarsi utilissime le migliaia di carte sequestrate e che erano nella disponibilità di Scajola. Un materiale definito «molto interessante» ma che ancora non è stato trasmesso a Reggio Calabria dove arriverà solo tra qualche giorno. In più passaggi dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Reggio nei confronti di Scajola ed altre persone si fa riferimento al concorso di «ulteriori persone in corso di compiuta identificazione». E lo stesso avviene nel decreto di perquisizione dove, per gli indagati, viene ipotizzato il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Per la Dda, gli indagati erano divenuti il «terminale di un complesso sistema criminale, in gran parte di natura occulta» che era destinato, tra l’altro, ad acquisire e gestire informazioni riservate, fornite, appunto, «da numerosi soggetti in corso di individuazione collegati anche ad apparati istituzionali e canalizzate a favore degli altri componenti della ramificata organizzazione».
Nel suo buen retiro di Dubai, intervistato via Skype, Matacena appare visibilmente provato, esprime «profondo dolore» per quanto sta accadendo alla sua famiglia, coinvolta nell’inchiesta della Dda, rinnova i suoi sentimenti di amore per la moglie, Chiara Rizzo, che definisce una «donna coraggiosa» per aver preso la decisione di rientrare in Italia in modo da «fare chiarezza sui contatti avuti con Scajola» e dice di ritenere che «molte cose si potranno chiarire. E si potrà fare chiarezza – conclude – anche attraverso tanti documenti che avremo modo di fornire al momento opportuno ai magistrati».