Robledo sbugiarda Bruti Liberati: mai avvenuto il doppio pedinamento. Primi pentiti su Expo

È un muro contro muro, oramai, alla Procura di Milano fra le opposte “fazioni” di magistrati che se le stanno dando di santa ragione di fronte al Csm con accuse reciproche di aver ostacolato le indagini, di aver drenato informazioni e di averne impedito la circolarità fra i colleghi che, pure, dovevano essere messi a conoscenza di ciò che stava accadendo sulle diverse inchieste. E mano a mano che si va avanti, mentre volano pubblicamente gli stracci e, uno dopo l’altro, i vari magistrati dell’ufficio giudiziario milanese si aggiungono a questa o a quella fazione, appare sempre più chiaro che c’era, alla Procura di Milano, una sorta di cerchio magico dal quale erano esclusi diversi magistrati.
Ogg, dopo che già ieri il veterano Ferdinando Pomarici si era unito alle lagnanze di Alfredo Robledo contro questo “cerchio magico” di cui farebbero parte il procuratore capo Bruti Liberati e Ilda Bocassini, anche un altro magistrato, il pm della Dna Filippo Spiezia, ha raccontato ai colleghi del Consiglio Superiore della Magistratura come non c’è soltanto un problema di scambio di notizie sui procedimenti in corso tra la Dda di Milano e la Superprocura antimafia, ma anche «un insufficiente flusso informativo all’interno» dello stesso ufficio guidato da Ilda Boccassini, che in alcune occasioni avrebbe provocato «malumori» tra i pm. Di più. Spiezia sostiene che Boccassini ha una «visione accentrata delle informazioni», come emerge dal verbale della sua audizione del 6 maggio. Dunque quella che è l’accusa lanciata da Robledo contro Bruti Liberati viene “irrobustita” da un’identica accusa lanciata da Spiezia contro il suo capo Ilda Bocassini. Se a questo si aggiunge, com’è emerso dalle accuse finora formalizzate di fronte al Csm anche da Pomarici, che Bruti Liberati ha, illegittimamente, affidato alla Bocassini l’inchiesta Ruby, si capisce quanto si sia deviato da quello che dovrebbe essere l’organizzazione dell’ufficio giudiziario e anche quanto la frattura sia oramai insanabile fra le due fazioni.
Ma la scena, oggi, l’ha riconquistata lo stesso Robledo che ha accusato, senza mezzi termini Bruti Liberati di aver detto il falso ieri di fronte al Csm quando lo ha accusato di aver quasi provocato un danno all’inchiesta sull’Expò dando il via a un doppio pedinamento. Robledo oggi è stato molto chiaro nella sua nota inviata a tamburo battente al Csm: l’episodio del “doppio pedinamento” che avrebbe intralciato l’inchiesta sull’Expo non è mai avvenuto. Nella sua nota, con la quale accusa il suo capo di aver detto il falso al Csm, Robledo, a sostegno della sua versione, fornisce anche una prova documentale e chiede di essere ascoltato dal Csm.
«Pur essendo costantemente informato del fatto che era in corso un’attività di pedinamento e controllo su uno degli indagati svolta da personale della polizia giudiziaria – aveva scritto Bruti – Robledo ha disposto analogo servizio delegando ad altra struttura della stessa Gdf e solo la reciproca conoscenza del personale che si è incontrato sul terreno ha consentito di evitare gravi danni alle indagini».
Ora Robledo, che aveva presentato nelle scorse settimane un esposto al Csm per lamentare presunte irregolarità nell’assegnazione di fascicoli da parte di Bruti (tra cui il caso Ruby e quello sul San Raffaele), risponde a queste accuse con una nota, nella quale spiega, in sostanza, che Bruti dice il falso, che c’è una prova documentale che lo dimostra e chiede anche di essere ascoltato proprio in merito a queste accuse lanciate dal procuratore capo.
Un altro capitolo, dunque, dello scontro in Procura a Milano che si è aperto ormai da alcune settimane e che ora vede al centro anche l’inchiesta che giovedì scorso ha portato in carcere i componenti della cosiddetta “cupola degli appalti”. Sul fronte dell’inchiesta sembra davvero di essere tornati indietro di 20 anni, ai tempi di Tangentopoli. Come all’epoca, anche ora, nell’immediatezza degli arresti, c’è chi ha capito l’antifona e cerca strategicamente, magari ben consigliato dai propri legali, di confessare velocemente tutto nella speranza di ottenere qualche beneficio processuale mentre, rinchiusi in cella, ci sono i soliti che continuano a tenere il punto, giurando innocenza perfino di fronte a prove documentali e inoppugnabili. Così se da un lato ci sono l’ex-esponente ligure dell’Udc, Sergio Catozzo e l’imprenditore Enrico Maltauro che fanno a gomitate per raccontare, uno prima dell’altro, ai pm come andavano davvero le cose nella “cupola” coinvolgendo così i loro compagni di avventura, dall’altro ci sono i vari Greganti e Frigerio che adottano la cara vecchia tecnica confuciana pur di fronte all’evidenza dei fatti. In tutto questo il manager dell’Expo, Angelo Paris, anche lui arrestato la scorsa settimana nell’ambito dell’inchiesta su presunti appalti pilotati e sospette mazzette per i lavori dell’Esposizione Universale di Sogin e della sanità lombarda, fa sapere ai magistrati tramite i suoi difensori di essere disponibile all’interrogato. Già lunedì, durante l’interrogatorio di garanzia, Paris aveva fatto parziali ammissioni riconoscendo di aver fatto quelli che lui aveva eufemisticamente definito «errori» ma aveva respinto l’accusa di far parte della «cupola degli appalti». Ed è questo l’unico leit motiv che unisce, pur nel destino comune, gli arrestati. Terrorizzati dall’idea che si riconosca il reato associativo, con la conseguenza dell’aggravante dei reati, tutti, sia quelli che hanno confessato, sia quelli che si apprestano a farlo, sia chi tiene il punto sulla sua posizione di “onesto e incorrutibile”, ci tengono a sottolineare che non facevano parte di quella che i magistrati hanno, appunto, definito “Cupola degli affari”.
Il compagno G, Primo Greganti sta passando le sue giornate in cella a leggersi le carte e dice di essere pronto  a presentare un memoriale per respingere in modo netto le contestazioni dei magistrati. Ma i racconti che, in queste ore, stanno affannosamente facendo ai pm i suoi coindagati Catozzo e Maltauro in questo non lo aiutano.
Maltauro è un fiume in  piena e dalle 10 di questa mattina sta raccontando per filo e per segno qual’era il meccanismo e i soldi che ha versato alla “Cupola”, oltre 400mila euro. Cattozzo, invece, ha spiegato che nei post-it che gli sono stati trovati durante l’arresto ha segnato la “contabilità” delle mazzette. Nel 2013 le presunte “stecche” versate in contanti dall’imprenditore Maltauro si sarebbero aggirate sui 490 mila euro, quest’anno, invece, il cash sarebbe stato di 100 mila euro: sono queste, in particolare, le cifre che Cattozzo aveva segnato sui post-it. Post-it su cui, come ha confessato al gip, aveva annotato anche date, nomi con le iniziali puntate e percentuali: lo 0.3 o lo 0.5 per cento sul valore dell’appalto. Paris, come detto, si è già messo in lista per confessarsi dai pm.
La posizione di Greganti e Frigerio, dunque, si fa complicata. E non giova al compagno G il giallo denunciato oggi, ma avvenuto ieri, dai parlamentari Cinque Stelle: «Ieri è successo un fatto gravissimo ed inaudito – ha rivelato il senatore M5S Michele Giarrusso che chiede, per questo, «un’inchiesta interna a Palazzo Madama» su quanto accaduto – dopo che un senatore aveva richiesto di conoscere gli accessi di Primo Greganti agli uffici del Senato, il sistema informatico si è improvvisamente bloccato ed è rimasto fuori servizio per mezza giornata. Quando ha ripreso a funzionare, non risultavano tracce di ingressi in Senato di Primo Greganti. Peccato – aggiunge Giarrusso – che la Guardia di Finanza, pedinando Greganti, aveva appurato e documentato come ogni mercoledì questi si presentasse in Senato, dove regolarmente accedeva».