Rissa nel carcere di Bologna: venti tunisini aggrediscono gli agenti a colpi di bastone

Quattro agenti di polizia penitenziaria e due detenuti sono finiti in ospedale dopo una maxi-rissa scoppiata nel carcere della Dozza di Bologna. Ad affrontarsi sarebbero stati una ventina di reclusi, in gran parte tunisini, alcuni dei quali hanno divelto le gambe dei tavoli delle celle, ricavandone bastoni usati per colpire gli avversari. A rendere noto l’episodio sono i sindacati Uil-Pa Penitenziari e Ugl, che esprimono lo loro vicinanza e solidarietà ai colleghi feriti, evidenziando che grazie al loro intervento si è evitato che la rissa avesse un bilancio ancora più drammatico. «Da tempo stiamo denunciando la carenza di organico e di mezzi a disposizione del personale in servizio – scrivono in una nota il coordinatore provinciale Uil-Pa Penitenziari, Domenico Maldarizzi e il coordinatore provinciale Ugl Luigi Cardinale – continuare così non è possibile anche perché siamo di fronte a penitenziari sempre più affollati e privi di strutture adeguate. Le condizioni afflittive, umilianti e inumane della detenzione e del lavoro stanno trasformando, inesorabilmente, le nostre carceri in luogo di supplizio e tortura. Alla Dozza – concludono i sindacalisti – sono ristretti circa 840 detenuti su una capienza regolamentare di poco più di 400, mentre mancano circa 150 agenti di Polizia Penitenziaria». Sulla rissa sono intervenuti anche i vertici del sindacato di polizia penitenziaria Sappe, per i quali «tutto questo non è il frutto del sovraffollamento, come si vorrebbe far credere, ma del comportamento violento di soggetti che non conoscono il rispetto delle regole e non meritano alcun beneficio. Altro che provvedimenti di clemenza e misure alternative per questi delinquenti, che devono restare in carcere a lungo – scrivono Giovanni Battista Durante e Francesco Campobasso, rispettivamente segretario generale aggiunto e regionale – ed essere puniti severamente per questi gesti di violenza». Secondo il Sappe i responsabili della rissa «erano tutti reclusi in una delle tante sezioni aperte, organizzate con la cosiddetta vigilanza dinamica, rivelatasi inutile e inefficace, poiché molti detenuti, spesso, dimostrano di non essere meritevoli di tali benefici».